LA QUESTIONE MERIDIONALE

Converrebbe che i due partiti maggioritari si mettessero subito e sul serio d’accordo, anche prima delle elezioni, sulla questione meridionale. Sembra essere ritornati ai tempi di Giustino Fortunato, la «munnezza» ha sostituito la malaria, i malavitosi i briganti, ma per il resto c’è una larga parte del Paese che sta affondando. Con l’aggravante che la politica negli ultimi anni ha pensato di salvarsi la coscienza solo attraverso un’inutile quanto dannosa dispersione di risorse pubbliche: dal 2000 al 2006 al Sud sono arrivati fondi per 50 miliardi di euro. Ora basta. La questione meridionale non è una questione di risorse è una questione politica.
È mai possibile che in Calabria, un orrore della democrazia in cui vi è un eletto ogni 230 cittadini, una giunta sia falcidiata da arresti, avvisi di garanzia, omicidi politici e subentri complici? In cui l’amministrazione pubblica sembra buona ad amministrare solo se stessa e non già ospedali (dove si muore come nel Terzo mondo) e trasporti?
È mai possibile che l’Italia debba pagare il prezzo della sciatteria (a essere indulgenti) campana, che da quindici anni non è in grado di gestire i suoi rifiuti? Una regione in cui un magistrato arresta senza motivi e competenze, ma che al contempo svela un intreccio di camarille medievali, come nel caso Mastella?
È mai possibile che in Sicilia il clima sia arrivato a un punto tale per cui l’ex presidente della regione si senta autorizzato a festeggiare per aver ricevuto «solo» cinque anni di condanna in primo grado?
Il Censis nel suo ultimo rapporto ha certificato come quella del nostro Sud sia un’area in cui la delinquenza organizzata sia «una presenza che trae la sua forza dalla capacità di esercitare un capillare controllo del territorio».
C’è una parte dell’Italia che sta scoppiando. Dove la parte sana della società deve fare da sé: pulirsi le strade, difendersi privatamente, intraprendere contro la burocrazia statale, spostarsi senza infrastrutture. Quando metà del Paese è avvelenato da questo impasto di pessimo governo, di pratica clientelare e di gestione ideologica, la politica nazionale non può e non deve volgere lo sguardo.
La questione meridionale (a cui ovviamente si contrappone una questione settentrionale di segno opposto) ha il serio svantaggio di essere bipartisan. E il controllo del voto locale produce il nefasto effetto per cui la politica cattiva scacci quella buona. In un rinnovato clima, Berlusconi e Veltroni possono, senza moralismi, ma molto praticamente, congiuntamente disinnescare all’interno delle proprie liste i responsabili di un meridionalismo d’accatto che danneggia l’Italia ben più dei rifiuti napoletani.
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