Questione morale, l’errore di Colombo

Sandro Bondi*

Furio Colombo, sull’Unità di domenica, mette in dubbio la mia reputazione e la mia moralità con parole inaccettabili. Se volessimo metterci sullo stesso piano dell’ex direttore del giornale dei Ds, potremmo forse ricordare i suoi trascorsi di longa manus della Fiat e dei poteri forti legati a quest’ultima negli Stati Uniti. Ma questa è polemica spicciola. Occorre fare, per contro, quel salto di qualità nel confronto politico, di cui non è capace Colombo, ritengo a causa dello smisurato odio e del razzismo morale nei confronti del centrodestra. Dimostrati, peraltro, dalle parole dure e quasi minacciose rivolte al sociologo Ricolfi, reo, a suo dire, di aver scritto un importante libro sulla presunzione di superiorità morale millantata costantemente, e senza adeguate ragioni oggettive, dalla sinistra. Colombo non mostra di essere un attento e imparziale osservatore. Se lo fosse realmente, non avrebbe mai il coraggio di mettere in questione la moralità cristallina dei miei comportamenti politici e personali.
La mia personalissima “questione morale” è, per me, ragione di vita e, proprio con Berlusconi, ho dimostrato la verità del peso dell’etica in politica. Premesso ciò, vengo al punto politico che più interessa oggi gli italiani: cos’è, nella sostanza concreta, la «questione morale»? Berlinguer ha certamente ben diagnosticato il male, quando, intervistato da Scalfari il 28 luglio 1981, ha così affermato. «I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società, della gente, idee, ideali, programmi pochi e vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e luoghi».
Giusta l’analisi di Berlinguer. Salvo un punto: egli non si è mai domandato se anche il suo Pci, già nel 1981, non fosse in realtà già diventato una macchina di potere e di clientela, soprattutto nell’Italia Centrale, là dove, cioè i meccanismi redistributivi del potere economico partiva dalle federazioni del Pci, dalle cooperative, che sceglievano anche i capi locali e regionali del partito e dalle strutture bancarie vicine alla sinistra allora comunista, oggi diessina, ad esempio il Monte dei Paschi di Siena. Berlinguer sapeva, ma non parlava. Come, del resto, non disse alcunché sui rubli cambiati in dollari sonanti che finanziavano le strutture già a quel tempo costose del partito.
La «geopolitica» dei Ds, oggi, nell’Italia Centrale, si correda anch’essa di «nomi e luoghi», eccome. Oggi abbiamo in Toscana, ma anche in tutta l’Italia Centrale un sistema di capitalismo cooperativo, finanziario e bancario totalmente distorto, privo dei più elementari meccanismi di regolazione e controllo della trasparenza e legalità dei comportamenti degli attori più forti in campo, cioè, sempre i Ds e corredati economico-finanziari. Altro che «questione morale»! Questa è una crisi politica e sistemica che coinvolge pezzi interi del paese, con conseguenze sulla riproduzione della ricchezza nazionale, gestita dalla politica. Se persone perbene, professionisti qualificati, architetti, commercialisti, avvocati, non si candidano con Forza Italia o con una forza politica di centrodestra, in Toscana, ad esempio, la ragione riposa in questo perverso meccanismo che fa sì che chi è dentro abbia tutto e chi «disobbedisce» ai “capi-bastone” rossi non abbia niente, anzi venga emarginato e smetta di lavorare in breve tempo. Come ha dichiarato un ex dirigente del movimento cooperativo, molto attivo nel progetto di modernizzazione finanziaria del Pci, avvenuto a cavallo tra la seconda metà degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, recentemente intervistato dal settimanale News: «I comunisti non perdonano». Ecco le ragioni politiche reali che non permettono all’attuale gruppo dirigente diessino di arrogarsi particolari qualità morali e millantare credito in quanto facente parte della «parte onesta» della società italiana.
In Toscana, Umbria, Emilia Romagna, Campania, i voti si prendono ricattando la società civile attraverso il mediatore politico vincente, che da quelle parti sono i Ds. E sempre più questo fatto sta diventando palese e chiaro a molti cittadini italiani. Consorte non è altro che la cartina di tornasole di un sistema costruito in quasi sessant’anni di egemonia totale e di controllo globale e duro della società. Questo era anche il Pci di Berlinguer, andatelo a chiedere ai testimoni della vita civile ed economica che in quel tempo erano attivi nelle regioni dell’Italia Centrale. Colombo è a conoscenza di tutto questo? Oppure si accontenta di dotarsi di una «strategia della rassicurazione» pronta all’uso, coinvolgendo nella bolgia dialettica e polemica anche chi con tutto questo non c’entra niente: il centrodestra, Forza Italia e, se non gli dispiace, neanche il sottoscritto.
P.S. Comunque, siccome io, diversamente da Furio Colombo, posso parlare a buon diritto di questione morale, non gli consento di dire che non avrei alcuna reputazione da difendere. E anche di questo renderà conto di fronte ad un magistrato.
*coordinatore nazionale di Forza Italia