La questione morale è solo «tartufismo parolaio»

Carissimo Granzotto, mi piacerebbe conoscere il suo punto di vista a proposito di un tipico atteggiamento, e ancora molto attuale, della sinistra. Mi potrebbe, cioè, spiegare con quale coraggio e a quale titolo la sinistra seguita a tenere lezioni di moralismo, a sollevare sempre la «questione etica» e, in sintesi, a considerarsi arbitra e giudice di ciò che è giusto e di ciò che non lo è? Mi chiedo che cosa ne vogliono sapere loro? Non sarebbe, invece, più opportuno che iniziassero a guardare la trave nel loro occhio? A mio parere sarebbe giunto il momento, nonostante ritenga che già da parecchio tempo avrebbero potuto considerare quest’ipotesi.


Quello della sinistra non è moralismo, caro Colombo. È gnagnera. È tartufismo parolaio - potremmo anche chiamarlo prodismo e veltronismo - grondante di maiuscole - Onestà, Dovere, Correttezza, Dialogo, Confronto, Moralità, Giustizia -, di intenzioni e naturalmente di ideali e di sogni. Tanti, tantissimi sogni. Al «sincero democratico» la distinzione fra il bene e il male e dunque fra ciò che è morale e ciò che è immorale, poco interessa. Forse perché costa fatica, forse perché non è possibile generalizzare e dunque l’esame va fatto caso per caso. E poi gli creerebbe qualche imbarazzo. Non dimentichiamo che i moralisti di sinistra hanno fatto eleggere in Parlamento un signore, Francesco Moranino, nome di battaglia «Giacca», resosi responsabile di numerosi, efferati omicidi e per quelli condannato all’ergastolo (che non scontò mai). Non dimentichiamo che gli stessi elevarono a rango di eroe - un eroe rispettato, portato ad esempio - il Compagno G, Primo Greganti, che per lealtà al partito militò nelle file di quelli «che parlan no», tacendo la verità che il Tribunale cercava invece di accertare. Ecco perché non può esserci rigore nel moralismo di sinistra, ma solo melensaggine di sinistra. Che anche così, ridotto appunto a gnagnera smorfiosa, è rivolto sempre alle parole, azioni e opere degli altri, non gettando mai, il «sincero democratico», lo sguardo in casa propria che risulta, per dogma, il tempo della legalità, della giustizia, dei valori etici. Della verità.
La sinistra, da subito, ha dato scientificità a una visione del moralismo tutta italiana. Il moralista, altrove, non è chi spara sentenze sulle virtù, ma colui che lo fustiga, che lo smaschera. È colui che sbugiarda l’ipocrisia della virtù, che coglie l’insignificanza nell’ideale, l’egoismo nell’altruismo, l’arroganza nella bonarietà implacabilmente mettendo a nudo chi nasconde la propria bassezza o anche il proprio nulla sotto il drappeggio dei grandi ideali e del culto astratto dei princìpi etici. D'altronde, caro Colombo, non andiamo orgogliosi del nostro Machiavelli? Non pretendiamo di essere tutti figli del Segretario fiorentino? Non abbiamo avuto Baldassar Castiglione quando altri hanno avuto Molière, hanno avuto Montaigne e Cervantes, implacabili nel ridurre a macerie i luoghi comuni e a brandelli i fastosi stendardi della moralità a un tanto al chilo? Come direbbe il fine telecronista Salvatore Bagni, ci mancano i fondamentali, caro Colombo. Se poi alla mancanza dei fondamentali si aggiunge la spocchia del «sincero progressista», cosa vuol mai parlare di travi nell’occhio: quelli solo per pagliuzze, vanno.