LA QUESTIONE ROMANA

C’è la parola chiave: «Appaltone». C’è la frase cult: «Le cose si fanno a Roma». C’è il presunto mariuolo: Romeo, gatto del Colosseo. E c’è un partito sull’orlo del baratro, scosso dalle correnti e incapace di reagire. La nuova Tangentopoli è iniziata e l’abbondanza di ingredienti simili al passato è impressionante. Non che la cosa ci entusiasmi, visto che dal frullatore della prima esperienza uscirono vite spezzate e Di Pietro in carriera. Ma tant’è: ci siamo dentro e conviene sfruttare la storia per evitare, almeno, di ripetere gli errori. E magari anche i terrori.

Sul filo del parallelismo, allora, non può non colpire, pur fra le inevitabili differenze, la similitudine fra lo choc che sta vivendo in queste ore Roma e quello che visse Milano sedici anni fa. Sia chiaro: nella Capitale non ci sono né arresti né mazzette al Pio Albergo Trivulzio. Per il momento non ci sono nemmeno avvisi di garanzia. Dunque, fino a prova contraria, tutte le persone, anche quelle tirate in ballo dalle intercettazioni, sono da ritenere assolutamente innocenti. Quello che però non è innocente è il sistema di governo della città.

Ciò che emerge chiaramente dalle carte, infatti, è che Roma è stata amministrata male. Che si spendeva per la gestione di ogni chilometro di strada asfaltata quattordici volte più che a Bologna, dieci volte più che a Firenze, per avere,come risultato, vie piene di buche più di un groviera del canton Grigioni. Che l’appalto (l’«appaltone» da 576 milioni di euro) per la rete stradale l’ha vinto, non si sa perché, chi non aveva esperienza in materia, per avere come risultato tombini esplosi e città sott’acqua. Che il patrimonio immobiliare rischiava di essere svenduto a prezzi stracciati, come aveva denunciato (inascoltata) la radicale Rita Bernardini. E che a gestire tutto, case e strade, era chiamato sempre lui, Alfredo Romeo, imprenditore già discusso nel ’97, eppure sempre in sella, sempre vincitore nonostante i conflitti d’interesse, le palesi carenze e inesperienze, e i dubbi sollevati un po’ dappertutto, dal Campidoglio a Bruxelles.

Una partecipazione in Nomisma, una nell’editoriale della Margherita, e via: mancava solo che gli dessero da gestire l’aria di Trastevere e poi Romeo, a Roma, aveva avuto proprio tutto. Lo ripetiamo: qui non si parla di reati. Quelli tocca alla magistratura, eventualmente, se è il caso, accertarli. Qui si parla di responsabilità politiche: quante volte in passato su queste colonne abbiamo denunciato il pessimo governo di Romanelle mani della sinistra? Quante pagine abbiamo riempito descrivendo strade piene di buche e palazzi mal gestiti? E adesso scopriamo pure che costava tutto più che altrove? Che dietro c’erano le evidenti ombre dell’«appaltone»? Ma vi pare?

Se fossi un militante della sinistra mi augurerei di scoprire sotto tutto ciò mazzette o scambi di favori. Perché altrimenti, così come stanno le cose, ci tocca scoprire la totale inettitudine. Alemanno ci ha messo pochi mesi per togliere la gestione delle strade a Romeo: perché per anni gli avveduti amministratori di sinistra l’hanno invece sostenuto? Perché il Campidoglio si costituisce addirittura parte civile, a fianco di Romeo, nella causa al Consiglio di Stato, dopo che il Tar aveva annullato l’«appaltone»? Perché tanto interesse a difenderechi costava tanto e rendeva poco? Perché creare insieme buchi nel bilancio e buche nelle strade?

Veltroni ha detto ieri ai suoi giovani che lui vuole un partito «sano e perbene». D’accordo. Ma può gestire un partito in modo «sano e perbene» chi ha gestito per tanti anni Roma in questo modo? I cittadini per la verità se n’erano già accorti:a fine aprile infattièarrivata la scoppola elettorale. La sinistra è caduta dopo 15 anni di amministrazione tanto decantata dagli intellettuali di corte quanto inetta e inefficace per la gente comune. Ma allora si era nel campo del giudizio politico, della opinabile insoddisfazione democratica, della legittima voglia di cambiamento.

Qui c’è qualcosa di più. Qui si apre la questione romana. Quando due giorni fa, anticipando di fatto tutti i quotidiani grazie al lavoro dei nostri Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica, abbiamo titolato in prima pagina che la nuova Tangentopoli del Pd puntava su Roma, avevamo intuito che qui si sta giocando la vera partita. Non pensavamo che fosse una partita così importante. La capitale politica oggi come la capitale economica allora: sedici anni fa c’era la Milano da bere, simbolo del socialismo vincente; fino a ieri c’era la Roma delle notti bianche, simbolo del veltronismo rampante. Il caso Milano fece crollare un’epoca e un partito. Il caso Roma ha già fatto crollare un’epoca. E il partito, dal canto suo, non se la passa troppo bene.