«Questo bambino non è tuo» Lui la uccide e la mura in casa

da Milano

Per sei lunghissime ore ha tenuto duro. Poi ha fissato negli occhi il comandante della compagnia carabinieri di Desio e gli ha detto: «Capitano, se mi lascia fumare una sigaretta e mi fa bere un bicchiere d'acqua possiamo cominciare a discutere». I militari l'hanno accontentato. Lui, Luigi Gennaro, 49 anni, napoletano d'origine, si è acceso la sigaretta che da un'ora teneva in mano. Una boccata profonda, quasi liberatoria e ha confessato tutto. «Dalia Anabel, la mia compagna, l'ho ammazzata io. - ha iniziato l’uomo - . Poi sconvolto ho deciso di eliminarla, di farla sparire. Ero accecato dalla gelosia. Impazzito per i suoi atteggiamenti, che cosa potevo fare? Volevo solo spaventarla. Ma sa, lei mi avrebbe denunciato… ».
Tutto comincia venerdì scorso. Sono le undici del mattino. Il campano, una faccia che non dice niente alle forze dell'ordine, un lavoro, una vita normale, forse perfino felice, parte dal suo appartamento di Muggiò (Milano). In macchina c’è Dalia Anabel, 38 anni, peruviana: è la sua compagna, una donna che si è lasciata alle spalle un matrimonio andato a rotoli. Sono diretti a Usmate Velate, un paesotto alla periferia nord di Milano. Lì hanno comprato qualche locale ritagliato in una vecchia corte. È completamente da ristrutturare. Luigi Gennaro, dopo anni passati a guidare autobus delle linee di trasporto pubblico a Monza, sbarcava il lunario con qualche lavoretto nel settore dell'edilizia. A rimettere in sesto quella casa ci pensava lui. La coppia entra. I due, all’improvviso, cominciano a litigare. Nonostante nella casa manchino ancora vetri e persiane, nessuno vede, nessuno immagina e nessuno può evitare il massacro. Luigi, ha il sangue bollente, passare dalle parole alle mani per lui è fin troppo semplice: accusa la moglie di guardare con troppo interessi altri maschi, è ossessionato. La peruviana è una donna d'oro, generosa, ma decisa replica per le rime: «Il figlio che pensi tuo in realtà l'ho concepito con un altro». Il muratore scatta come una molla, è preso da un raptus: afferra Dalia Anabel per il collo e la getta sul pavimento. Non si placa. Con forza, le stringe la gola e la poveretta muore strangolata.
Fin qui a guidare il napoletano è più l'istinto che la ragione. Poi torna in sé: pianifica un piano diabolico. Lascia la compagna - che dieci anni prima aveva portato in casa come domestica - e va a comprare due taniche d'acido. Deve distruggere il cadavere. Dieci minuti ed è di ritorno: versa il micidiale solvente sul corpo della donna e la infila in un sacco. Il piano però non funziona: il corpo non si scioglie. Non è finita. Il finale da film dell'orrore arriva adesso: Luigi trascina quella sacca con dentro il cadavere fino nel sottotetto. Sono due rampe di scale. Cos’ha in mente? Un'altra pazzia. In fretta e furia, mattone su mattone e parecchio cemento, costruisce una specie di sarcofago: dovrà essere la tomba di Dalia.
I due giorni successivi gira smarrito, impossibile sapere chi abbia incontrato, cosa abbia fatto. Lunedì mattina si presenta davanti alla scrivania del maresciallo alla stazione di Muggiò. Denuncia la scomparsa della donna. Il sottoufficiale «fiuta» che nel racconto di Luigi Gennaro qualcosa non torna. Si contraddice. Non riesce a fornire spiegazioni convincenti. Difficile, con queste premesse, credergli sulla parola. La storia che racconta «puzza» maledettamente di falso. I militari vogliono soddisfare qualche curiosità e si mettono al lavoro. Mercoledì alle 18 vanno a prendere Gennaro a casa, se lo portano in caserma e lo inchiodano: lui confessa.
Intanto il cadavere di Dalia Anabel è all'ospedale di Vimercate, nell'attesa che il magistrato disponga l'autopsia, come da prassi anche se, a questo punto, resta poco da indagare. L’assassino, invece, finisce dietro le sbarre con un’accusa da brivido: omicidio volontario aggravato dai futili motivi e occultamento di cadavere. Reati che prevedono una montagna d'anni di galera.