«Ma questo è un Codice del ridicolo»

«Un boomerang, un film così grottesco che alla fine farà un favore alla Chiesa»

Andrea Tornielli

«Il libro di Dan Brown è il Codice delle bufale anticattoliche, il film che ne è stato tratto... è il Codice del ridicolo!». Ha il volto disteso e sorridente don Arturo Cattaneo, quando esce dal cinema dov’è appena stato proiettato Il Codice da Vinci. Ordinario di Diritto canonico all’Istituto San Pio X di Venezia e curatore del libro La frode del Codice da Vinci. Giochi di prestigio ai danni del cristianesimo (Elledici), don Cattaneo appartiene al clero dell’Opus Dei.
Allora, che impressione le ha fatto l’attesissimo kolossal?
«Non credo davvero meriti tutta quest’attenzione. Il film è molto più scadente del romanzo, i protagonisti suscitano qualche perplessità. Nel testo di Dan Brown ci troviamo di fronte a un intreccio di leggende spacciate per novità storiche e anche teologiche - ma in realtà basate sul niente - che vorrebbero suggerire ai lettori idee, credenze e anche gravissime accuse contro Cristo e la Chiesa cattolica. Nel film tutto si traduce a un polpettone poco riuscito, dove quei presunti misteri diventano ridicoli».
Fino a che punto gli spettatori possono essere tratti in inganno dalla «dottrina» del Codice da Vinci?
«Molto dipende dalla formazione cristiana e anche storico-culturale degli spettatori. Il libro in molti ha provocato dubbi e una certa confusione, il film, per com’è fatto, mi sembra tutto sommato più innocuo. Le ripeto: nei momenti culminanti viene da ridere. E mi sono accorto che questa reazione, in sala, non era soltanto mia».
La Chiesa viene presentata come un’entità criminale, l’Opus Dei un’organizzazione spietata che usa i suoi membri come killer. Si è sentito offeso?
«Certamente onestà avrebbe voluto che la Sony facesse precedere il film dalla classica frase: ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente causale, si tratta di un’opera di fantasia. Ma il killer protagonista del film è una figura così grottesca che penso non ci sia molto da preoccuparsi. Anche il vescovo Aringarosa (un nome che in italiano è tutto un programma e basta da solo a provocare ironia) e i cardinali rappresentati nel film, descritti come un conciliabolo di personaggi oscuri che complottano, finiscono per essere grotteschi... Penso che chi aveva letto il libro, sia rimasto deluso dal film e chi vede soltanto il film si possa rendere facilmente conto della sua totale inconsistenza: la Maddalena non è sepolta sotto la piramide del Louvre, la Chiesa non l’ha perseguitata, ma l’ha proclamata santa e la festeggia ogni anno il 22 luglio, Gesù non era sposato con lei né con nessun’altra perché se lo fosse stato gli evangelisti lo avrebbero scritto».
Secondo lei la Chiesa ha fatto bene o male a intervenire contro il Codice da Vinci?
«Penso che questo fenomeno stia suscitando una nuova ondata di interesse per la vita di Cristo e la storia della Chiesa. Dunque ci viene offerta una magnifica occasione per attuare quella nuova evangelizzazione tanto auspicata da Giovanni Paolo II. La Chiesa ha tutto il diritto di dire che il Codice da Vinci è solo fiction, fantareligione, fumetto: un mix di agnosticismo anticattolico. Poi ognuno deciderà se andare a vedere o meno il film di Ron Howard».
Insomma, don Arturo, è una pellicola pericolosa, da mettere all’indice?
«È una pellicola un po’ ridicola. Ho notato che, rispetto al libro, c’è abbastanza rispetto per la figura di Gesù, mentre si spara a zero sulla Chiesa e sull’Opus Dei: ma si tratta di un film così grottescamente anticattolico da risultare, credo, un boomerang. Penso che difficilmente gli spettatori potranno crederci».