Per questo «Contagio» non c’è cura

Nel Contagio (Mondadori, pagg. 340, euro 18) Walter Siti narra e documenta, quasi da sociologo e da antropologo, una micidiale mutazione collettiva, paradossalmente causata da quello che viene definito «progresso» ed è soltanto «modernizzazione» selvaggia che stravolge anche il valore delle parole rendendole strumento espressivo del «niente», cioè dell’assenza di qualsiasi sensibilità, anche negativa, rispetto a ogni più elementare emozione o frustrazione etica.
Il mondo che Siti evoca e minuziosamente descrive è quello delle borgate trasformate in un formicolante purgatorio privo d’ogni possibilità di redenzione. I «borgatari» di Pasolini erano immersi in un voluttuoso vagheggiamento del degrado, sentito come ritorno all’animalità dell’innocenza, alla «purezza della corruzione», all’esaltazione del sentimento e dell’ideologia. Su tutto ciò, come l’autore documenta, è ormai passato il rullo compressore di un’omologazione di atteggiamenti, costumi, aspirazioni, testimoniata, in questo spietato ma umanissimo romanzo, da un linguaggio intercalato dai termini e dagli stilemi più vieti della koinè televisiva e della politica («parametri», «coordinate», «sindacalizzazione», «a mio parere», ecc.), cioè un basic italian mischiato a un dialetto più burino che romanesco, o un romanesco meticciato con un italiano a volte sgrammaticato, ma altre volte aulico, che vuole appunto apparire «acculturato».
Ogni azione appare «motivata», ma il «motivo» è per lo più impulso non già animalesco (cioè innocente, come in Pasolini), ma già umanamente depravato al livello d’un miserabile successo indigeno o del potere, anche sessuale, di improvvisati ras orgogliosi del loro corteggio di succubi pronti tuttavia a rovesciare a proprio vantaggio i ruoli prestabiliti. Il titolo dell’ultimo capitolo del romanzo è indicativo: «Nessuno da salvare». Tuttavia poco prima di concludere questa discesa agli inferi, nel capitolo «Addio», Siti sente il bisogno di respirare qualche boccata d’aria pura, o almeno sentori di autenticità e disinteresse, esprimendosi per l’unica volta in tutto il romanzo, con un linguaggio, se non «purista» o «ispirato», almeno non mistificato e imbastardito dalla meccanica, e dunque involontaria, imitazione di quello della percussiva pubblicità e dei peggiori massmedia, sia pure in una situazione di mercenario amore omosessuale, ma redenta da un totale abbandono a esso, non solo fisico, bensì totalmente umano.