«Questo italiano scritto da bestie ammaestrate...»

«Se cerchi risposte sulla cultura italiana, hai posto male la tua domanda. Se vuoi un’opinione sulle motivazioni della scrittura e i pretesti della letteratura oggi, hai sbagliato persona. Non ne so nulla, non me ne occupo più, l’età ti cambia, sai?». Con queste parole ci ha risposto Guido Ceronetti quando siamo andati a cercarlo. Vive appartato in Toscana come chi guarda da lontano e, prendendo distanza, forse prende meglio la mira. Trascorre poeticamente la sua vita e ritorna sul proprio passato. Ripescando dalle sue carte - «dal fondo senza fondo», dice - i brani di Isaia, Geremia e Qohélet, del Cantico dei Cantici e dei Salmi e poi, giù attraverso i secoli fino alla più secolarizzata modernità, di Sofocle e Shakespeare, Marziale e Machado, Saffo e Seferis, Villon e Weiss (letti in originale e riscritti in italiano), ha selezionato un’antologia di quasi mezzo secolo di traduzioni. Sono Trafitture di tenerezza (Einaudi, pagg. 136, euro 12). Scoccate con leggerezza su una traiettoria lunga quanto la storia del mondo. E messe a segno con acuminata esattezza da uno che ha passato l’esistenza a limare le parole. Scocca le sue risposte via fax, Guido Ceronetti, affilando le parole «con eccessiva diligenza», ammette. Per andare a toccare i punti nevralgici del proprio corpus di scritti e di un tempo - il nostro - che, neanche dalla prospettiva delle Scritture, deve davvero parergli così estraneo e lontano come dice.
Le «Trafitture di tenerezza», poesie tradotte fra il ’63 e il 2008, raccontano, lei scrive, «una lunga vita di lavoro mentale». Si può leggere questa sua auto-antologia come un’autobiografia poetica? «La poesia - lei dice - è la res cogitans della stessa vita». Sta qui la sostanza poetica della sua vita?
«Ma sì, l’idea mi piace: autobiografia in versi... Non è proprio così, ma c’è del vero. Tutta la vita mi sono esercitato a tradurre, in vista del verso - del verso di lingua italiana -. Nel 1944, nelle sere del coprifuoco, giocavo a tradurre Orazio. Mi venivano versi brutti, ma almeno diversi da quelli, oggi illeggibili, che ci proponeva la scuola. Del resto, Orazio non era nei programmi. Orazieggiando, cercavo di imitare l’Ungaretti de L’allegria. Dopo molti anni, all’Einaudi, Giulio Bollati mi propose di tradurre tutti i quattordici libri degli Epigrammi di Marziale. Qualche brano l’ho messo nelle Trafitture. Marziale l’ho tradotto per tre anni interi, stando a Roma, non facendo quasi altro. Piacque. Così l’Einaudi mi fece alzare il tiro, e tradurre l’intero libro dei Salmi, dall’ebraico biblico, che uscì subito dopo la guerra dei Sei giorni. Questa mia versione del 1967 l’ho ripudiata interamente in seguito: rifatta con pazienza, senza programmaticamente consultare la precedente, una nuova versione commentata che apparve da Adelphi una ventina di anni dopo, credo nel 1985. Passati altri venti ancora, l’Adelphi ne ha riproposta una versione riveduta che è quella attualmente - si fa per dire, perché i libri stanno in libreria il tempo che una farfalla sta su un papavero - in libreria. Questo lavoro di quasi una vita è premio a se stesso; non se ne vendono neppure dieci copie in un anno. Come scrisse Puccini sul suo spartito della Butterfly: “Rinnegata e felice”».
Che significa tradurre poesia? E perché queste traduzioni sono «trafitture»? «Siamo fragili, spariamo poesia», scrisse una volta. A chi sono dirette queste frecciate? Chi è il lettore che punta a trafiggere con «tenerezza»?
«Tradurre poesia in altra poesia (è quel che io ho fatto sempre) può significare questo: dilatare al di là dei confini di una lingua, vivente o morta, mediante una nuova comprensibilità, l’emozione che potenzialmente un testo contiene. Il poeta tradotto va, attraverso il tuo alambicco di passione, in cerca di altri cuori da conquistare, da far rabbrividire d’amore. L’esito, dunque, sperato, sono trafitture di tenerezza, conoscenza che è amore dato come farmaco, per amore. Per me è questo l’essenziale: cultura e letteratura c’entrano poco».
Il dolore e il tempo, l’amore, la bellezza e la morte, le età dell’uomo e l’ombra di mistero e di angoscia che le accompagna. Sono questi i temi di queste composizioni. Ce ne sono altri? Potrebbero essercene altri?
«Le cose che hai appena nominate sono esattamente il contenuto del mio librino. I temi (e non è fatto apposta) sono quelli che dici, e tutti riflettono il destino umano. Sempre, in poesia, mi sono fatto scimmia di questo... Sì, se c’è un filo è quello... E così senza il minimo battage, di lettori ne sta trovando in discreto numero. A gennaio, l’Einaudi ne farà una nuova edizione».
In oltre quarant’anni che cosa è cambiato nelle parole? Che cosa ha deciso l’avvicendarsi di questi testi?
«Una radunata di Voci, di voci di morti non del tutto morti, vivi nel Tempo, che per rimandarne la musica svanente si annulla. I decenni si sono accumulati, tra creazione e restauro, sul filo delle affinità spirituali. Le traduzioni da Villon, linguaggio dei più allusivi e criptici, sono databili da prima del 1960. Ogni tanto le riprendevo per spremerne più vita. Ora, quando le facciamo in teatro, arrivano. La poesia appartiene alle arti del teatro, come alla liturgia sacra. Il pubblico è là... E non va mai tradito, mai lasciato andare quando si spengono le luci. Tutti i versi contenuti nelle Trafitture sono stati da me eseguiti in strada e in sale chiuse con il mio Teatro dei Sensibili, mia pupilla sinistra a destra. Chi dice poesia dice canto, sonorità, cadenza, mimesi, e tutto, dalla voce e dal gesto recitante, va fatto penetrare nelle indurite e bisognose facoltà uditive. Canto, rivela l’elegia rilkiana, è lo stesso che esistere».
Questa nostra lingua italiana «oggi in perdizione», lei scrive. Soltanto l’italiana? Si può salvarla?
«Parlare dello stato della lingua italiana ci porterebbe troppo fuori dei limiti di questa intervista. Naturalmente l’argomento mi appassiona, per il suo contenuto di disperazione. Leggo, ascolto, e sopporto male un italiano angloide e gergale parlato e scritto da bestie ammaestrate. Ho fatto quanto potevo... Può darsi io stia facendo, indenne da mezzi tecnologici, libri e articoli in una lingua morta, per filologi futuri forse già nati. La lanterna dell’Eremita del tarocco mi rischiara, con residui di Energia, anche quest’ultimo tratto di cammino».