«Questo nostro mondo è una Babele»

Il regista Iñárritu sottolinea la contraddizione tra sviluppo dei mezzi di comunicazione e «incomunicabilità»

Stenio Solinas

nostro inviato a Cannes

«La scena più difficile da girare in Babel è stata quella del colpo di fucile intorno a cui ruota l'intero film. Difficile perché si dovevano far vedere in contemporanea più cose: il piccolo foro scheggiato nel vetro, lì dove il proiettile entra, il ritrovarsi di Susan, una delle protagoniste della storia, all'improvviso ferita senza riuscire a capire come e perché, lo stupore che in un primo momento è più forte del dolore e poi il sangue che comincia a scorrere e ti mette il panico addosso e lentamente prende a svuotarti delle forze. Non volevo un effetto macelleria, né, tantomeno, un eccesso retorico di gesti, grida, gemiti... Volevo la più assoluta casualità che irrompe con violenza nella esistenza di una persona e la lascia attonita. Ecco, solo Cate Blanchett poteva dar vita a tutto questo. Di solito faccio molti ciak prima di essere soddisfatto. Qui non ne ho avuto bisogno».
Cate Blanchett è questa figura pallida e bellissima che se ne sta seduta a fianco di Gael Garcìa Bernal e di Alejandro González Iñárritu, il regista di Babel, il più segreto dei film in competizione al 59° Festival di Cannes, al punto che prima di vederlo non se ne conosceva nemmeno la storia, affidata nel programma ufficiale della rassegna al puro e semplice riferimento all'episodio biblico della Torre di Babele. Venti film in dieci anni, premio Oscar per la migliore attrice non protagonista in Aviator, l'epica biografia di Howard Hughes, dove incarnava splendidamente il ruolo che nella realtà fu quello di Katharine Hepburn, Galadriel regina degli Elfi nella saga del Signore degli anelli, Golden Globe per Elisabeth, la Blanchett è una di quelle attrici che riempie lo schermo con la sua stessa presenza.
«Solo una con le sue qualità poteva creare un personaggio interessante a partire da un ruolo che, essenzialmente, consiste nel restare sdraiata per terra... Cate è una principessa e una maga, ha il potere di trasformarsi in qualsiasi cosa. Ho fatto perno su di lei per dare al racconto la gravità necessaria. Come regista mi ha reso tutto più facile».
Costruito come una riflessione sulla incomunicabilità fra le persone, Babel è anche «l'esplorare la contraddizione fra l'impressione che, proprio grazie agli strumenti di comunicazione, il mondo sia divenuto più piccolo, e la sensazione che gli esseri umani rimangano tuttavia incapaci di relazioni al livello più profondo. Noi non comprendiamo l'altro e lo vediamo sempre come una minaccia» dice ancora Iñárritu. «Non siamo più in grado di entrare in sintonia. Non è una questione di linguaggi, ma di atteggiamento. L'incapacità di amare e di essere amati ci rende vulnerabili, si può essere felici ciascuno a suo modo, ma è l'infelicità a renderci eguali».
Se il linguaggio è causa d'errore, forse può essere il corpo a sostituirlo, la capacità di trasmettere fisicamente calore, amore, ma anche sofferenza. «Esteriormente Susan e Richard possono sembrare una coppia di turisti americani in vacanza in Marocco che, per un tragico gioco del destino, è all'improvviso privata di tutte le certezze. Ma nel profondo si tratta di una coppia perduta, segnata dalla morte di uno dei loro figli, e che finisce per ritrovarsi proprio grazie alla solitudine in cui viene gettata».
Richard è Brad Pitt, nell'inconsueto ruolo di un uomo di mezza età in crisi. Assente da Cannes perché sua moglie, Angelina Jolie, aspetta un figlio, è tuttavia presente con un messaggio di saluto e di ringraziamento e la cosa permette alla Blanchett di farne un pubblico elogio. «Credo che la scena in cui al telefono ascolta piangendo nostro figlio che da casa gli racconta la sua giornata scolastica, e realizza veramente solo in quel momento cosa significhi poter perdere tutto, è di quelle destinate a rimanere nella storia del cinema. Babel racconta anche e soprattutto questo, il rapporto di coppia, il rapporto genitori figli, l'importanza di saper ascoltare».