Questo nuovo secolo di romanzi a «strisce»

Le torri sono lì, come un ricordo. La matita di Sid Jacobson e Ernie Colón le rende quasi trasparenti. L’11 settembre 2001 è un graffito: 9/11. Il dopo. La guerra al terrore (Alet). Qualcuno dice che il fumetto è diventato adulto, o semplicemente ha cominciato a frequentare i quartieri alti. Ma questo è un modo un po’ troppo veloce per liquidare le graphic novel. Il romanzo grafico è nato qui, in questi anni, ed è figlio del secolo. È un gruppo di coloni che ha lasciato la madre patria, la letteratura o il giornalismo d’inchiesta, e ha trovato terra un po’ più in là. Nel viaggio si sono portati dietro i bauli della tradizione, qualche seme della terra di casa, un po’ di regole e poi hanno trapiantato tutto dall’altra parte. Il fumetto indaga, esplora, racconta, riscrive la storia, oppure diventa un manifesto politico. Il marchio graphic novel appare con il romanzo metafisico di Will Eisner Contratto con Dio. Gli americani, di solito, partono da qui. Gli italiani ricordano La ballata del mare salato di Hugo Pratt era già un romanzo a fumetti. Gli inglesi, e non solo, stravedono per Alan Moore e per la fantascienza black di V per vendetta o di Watchmen, dove si muovono supereroi fragile e nevrotici. I francesi si sono innamorati di Persepolis e dell’infanzia profuga di Marjane Satrapi, bisnipote dello scià di Persia.
La graphic novel si è messa a raccontare lo spirito di questo tempo. Le storie sull’11 settembre, e su tutto ciò che è successo dopo, si snodano come un videoclip, che ruba alla cultura pop la velocità, ma snocciola dati, cerca cause, e fa parlare i protagonisti, alti e piccoli, di questa tragedia che non è ancora leggenda. Il peccato, magari, è che le tesi risentono troppo della cronaca. La graphic novel è più viscere che ragione. Emoziona, ma usa troppo il registro della propaganda. Ha tutti i difetti di un secolo ancora in cerca di se stesso. Ma è vero che se qualcuno vuole trovare il manifesto dell’Occidente che si sente assediato a Est deve aprire le pagine di Trecento di Frank Miller, dove gli spartani hanno un vago accento del Texas.