Ma questo Tour non batte il Giro

(...) ci arrivano le guest-star, con relativi giudizi critici.
Riccò. Due mezze tappe di montagna, due vittorie. A tutti già piace dire, telecronacare, giurare che dieci anni dopo sta nascendo un altro Pantani. La speranza, l'augurio, è ovviamente che sia tutta un'altra storia. Lasciando i paragoni a chi vive sempre con la testa girata all'indietro, conviene rallegrarsi di un semplice dato: attualmente, mettendo assieme i due grandi giri 2008, Riccò si dimostra il più grande scalatore del mondo. Questo però non significa che vincerà il Tour. E non tanto perché abbia già perso troppo nella prima cronometro, o perché più ancora si accinga a perdere nella seconda, quanto perché non è chiaro quanto davvero voglia vincerlo. Da quello che racconta, col suo solito fare da ras dei Bagni Mariuccia, sembra sia in Francia per puro turismo: mi tolgo un paio di soddisfazioni, faccio soffrire un po' 'sti patacca, poi li lascio giocare tra loro: per la vittoria torno l'anno prossimo, ragazze aspettate tutte qui che il Riccardo non vi deluderà. Dietro al teatrino da spiaggia, però, c'è la lucida efferatezza del killer. Ci si può aspettare di tutto. Segretamente, questi talenti hanno perennemente in testa un'idea fissa. Non la stessa che abbiamo noi: quella, per loro, è la seconda. La prima è la vittoria. Per conoscere la verità, aspettiamolo sulle vere montagne. Intanto, è già voto 9.
Cunego. Il nostro inviato speciale chiude la prima settimana più segnato di un cristo in croce. Cadute e malignità del caso lo portano al momento cruciale con una dote già pesante, oltre due minuti sui favoritissimi tipo Cadel Evans. Fiore all'occhiello la sua cronometro ad alta velocità. Crisantemi invece sulle salite di media pendenza incontrate sinora. Incoraggiante la ripresa nella tappa-assaggio dei Pirenei. Oggi potrebbe essere il giorno della verità, ma bisogna subito aggiungere che per Cunego saranno tutti giorni della verità fino a Parigi. Come una raffica di esami per arrivare alla laurea. Attualmente, la media non supera il voto 6.
Valverde. Lo spagnolo è l'osservato speciale di tutti quanti, tranne ovviamente del suo Paese, che davanti all'evidenza di una sacca di sangue titolata «Valv-Piti» tra quelle dell'arcinoto dottor Doping, Eufemiano Fuentes, si è girato simpaticamente dall'altra parte. Resta comunque l'osservato speciale degli avversari, del Giornale, e ora soprattutto del tribunale sportivo internazionale, che ha dato sei mesi di tempo alla Spagna per affrontare il caso. In corsa, dopo un avvio tracotante (vittoria nella prima tappa), ha finora recitato la parte di Merckx, sfiancando la squadra come un vero despota, salvo fallire quando tocca a lui. Sull'Aspen dovrebbe scatenarsi per far fuori Evans, caduto e pesto, ma non riesce neppure a strusciargli un po' di sale sulle ferite: anch'egli, il popolare «Valv-Piti», assiste all'attacco di Riccò e docilmente s'inchina. Per ora, merita un regale voto 4.
Evans. L'australiano cade proprio quando il vero Tour va ad incominciare, ma si difende come un aborigeno. Finora, il più risparmioso, il più regolare, il più lucido: tutti requisiti da vincitore del Tour. Gradisca un sommesso voto 7.
Menchov. Nessuno potrà mai definirlo signore dello spettacolo. Il russo sta sempre allineato e coperto, ma sta. Probabilmente nessuno saprebbe neppure riconoscerlo, incontrandolo in giro. Ma nessuno dovrebbe stupirsi di conoscerlo improvvisamente sul podio di Parigi. Anche a lui, momentaneo voto 7.
Tour. Succede una cosa strana. Il più forte in salita è Riccò, il più forte in volata è Cavendish. Casualmente, come al Giro. Che però li ha scoperti prima. Se aggiungiamo che anche il percorso cerca di movimentare la vita già nella prima settimana, dopo decenni di lamette ai polsi, siamo praticamente all'imitazione spinta. Clonazione alla cinese. E adesso vediamo come fanno ancora i francesi a dire che il Giro d'Italia è una corsa di serie B. In attesa di sentirli, gradiscano un voto di stima: 2.