È QUESTO IL VERO CONFLITTO D'INTERESSI

Diciamoci la verità: il Corriere della Sera, il quotidiano della cosiddetta borghesia moderata, ha perso l’indipendenza da molto tempo. Chi si scandalizza per l’editoriale di Paolo Mieli in cui il direttore di via Solferino abbraccia con ardore la causa di Prodi o ha la memoria corta o negli ultimi anni è stato un po’ distratto.
Mario Cervi ha ricordato ieri su queste pagine che il Corriere perse la verginità e l’imparzialità nei primi anni Settanta, con una direzione che strizzava l’occhio alla sinistra e una proprietà che intratteneva in salotto l’ultrasinistra. L’infatuazione di direzione e proprietà per tutto ciò che era rosso spinse Indro Montanelli e tanti altri bravi colleghi, tra i quali appunto lo stesso Cervi, a far le valigie e a fondare Il Giornale.
Gli anni sono passati ma il più venduto quotidiano italiano non ha corretto il suo strabismo a sinistra, semmai lo ha accentuato, avvolgendolo però in parole dolci come «cerchiobottismo». In realtà, dietro il paravento di una finta equidistanza tra i due schieramenti politici si nasconde un’attiva militanza a favore della sinistra, sia da parte della direzione, sia da parte degli azionisti.
Paolo Mieli, che è certamente uomo intelligente e astuto, aspira da tempo a fare ciò che al suo maestro di giornalismo, ossia Eugenio Scalfari, non è riuscito: condizionare la politica e anche il mondo della finanza e delle imprese. E siccome è certo che con Berlusconi al governo un’operazione del genere non si può fare, non rimane che liquidare in fretta il Cavaliere e appoggiare una sinistra fragile e divisa.
Che il Corriere nelle mani di Mieli sia diventato il bastone e la carota con cui l’ex militante di Potere operaio ed ex assistente di Renzo De Felice vuole dettare la linea ai partiti dell’Unione, è un dato di fatto. Le reazioni stizzite che nei mesi scorsi hanno avuto sia Fassino sia D’Alema ne sono testimonianza. I due capi ds temono che il direttore del Corriere e il gruppo di potere che dietro a lui si muove intendano lanciare un’Opa sulla sinistra, ossia conquistarla per poi eterodirigerla.
Tra i vertici della Quercia si è convinti che l’abbraccio di Mieli miri a stritolare il partito, o quanto meno il suo presidente, così da poter far avanzare nella sinistra dei nuovi soggetti, più malleabili e meno ostili a certe alchimie.
Non deve infatti sfuggire che, mentre il Corriere scende in campo per la sinistra, nel mondo bancario c’è chi si prepara a scendere in campo per ridisegnare gli equilibri finanziari. Il presidente di Banca Intesa, Nanni Bazoli, nei giorni scorsi non ha nascosto l’interesse che il suo istituto ha per Capitalia. Sarà un caso, ma la dichiarazione avviene in un momento assai delicato per la banca romana, mentre il suo presidente – già sotto inchiesta – è stato sospeso per due mesi dall’esercizio dell’attività bancaria. L’acquisto di Capitalia da parte di Banca Intesa non solo darebbe vita a un gigante bancario, ma consentirebbe di concentrare nelle mani di Bazoli un pacchetto di azioni determinante nella società che detiene la proprietà del Corriere e, soprattutto, il controllo della più grande compagnia di assicurazione italiana, le Generali. Il professore bresciano diventerebbe il più grande banchiere italiano, finanziatore di tutte le più grosse imprese, il più influente editore e anche il più importante assicuratore.
Di Bazoli è notoria l’antipatia politica che nutre nei confronti di Berlusconi, così come è nota la simpatia – anch’essa politica – per Prodi, dovuta alla comune frequentazione di Beniamino Andreatta, che anni fa li scelse e li impose, il primo nella finanza, il secondo nella politica.
Se questi progetti – la vittoria del centrosinistra e la conquista di Capitalia e di tutto ciò che ne consegue – dovessero avverarsi, nei prossimi mesi ci ritroveremmo nell’incredibile condizione che allo stesso schieramento politico non solo farebbero capo il 75% degli enti locali italiani e circa il 70% delle Regioni, il governo, la maggioranza dei quotidiani (Corriere, Sole 24 Ore, Stampa e Repubblica), ma soprattutto il sistema finanziario e gran parte del sistema industriale. Un potere enorme in mano a pochi oligarchi, al cui confronto il conflitto d’interessi di cui s’è discusso per anni appare una bazzecola.
Se fossimo pavidi e miliardari, ma soprattutto ridicoli, come Umberto Eco, verrebbe da dire che la democrazia è in pericolo e che nella sciagurata ipotesi d’una vittoria della sinistra ce ne andremmo dall’Italia. Ma siccome non siamo né pavidi né miliardari, e soprattutto temiamo il ridicolo, resteremo qui a denunciare il più gigantesco intreccio politico-affaristico e intellettuale che si sia mai visto in questa Repubblica. Almeno fino a quando ce lo permetteranno.