Qui ci vuole un accordo choc

Ci permettiamo di suggerire a Silvio Berlusconi e Walter Veltroni un accordo choc. Un nuovo, piccolo ma rivoluzionario contratto con gli italiani: una firma congiunta per prosciugare lo stagno dell’antipolitica, per evitare che si crei un clima cupo come quello del 1992, per evitare sprecopoli. Un accordo bipartisan per tagliare decisamente i costi della politica. Ieri Berlusconi ha gettato il primo sasso nello stagno: «Con la collaborazione dell’opposizione - ha detto - si può andare all’abolizione delle province». Berlusconi, sa che l’inserimento delle province nella Costituzione fatto dal centrosinistra, rende impossibile l’abolizione dell’ente inutile a colpi di maggioranza semplice. Ma si deve andare oltre. In Italia 150mila persone sono elette in organismi politici. Viviamo in un orrore della democrazia in cui ogni cittadino ha sopra la sua testa sette livelli amministrativo-politici: dalle circoscrizioni al Parlamento europeo. Negli anni si è colpevolmente confusa la moltiplicazione degli enti di rappresentanza con il funzionamento della democrazia. È come entrare in un ristorante e sperare di avere un buon pasto solo perché sulla carta ci sono centinaia di scelte. I piatti del palazzo italiano sono tanti, ma non buoni e per di più costosissimi. Le province, da sole, impiegano 62mila dipendenti. Gestiscono 17 miliardi di spesa pubblica e solo in retribuzioni (esclusi tutti gli altri costi di funzionamento dagli autisti ai palazzi) costano due miliardi. È necessaria una cura shock, non palliativi. Il nuovo governo dovrebbe mettere mano alla riforma come suo primo atto di legislatura. Solo nel tempo infatti si percepiscono gli effetti benefici. L’ammodernamento della macchina pubblica italiana passa infatti per una sua revisione complessiva e anche dolorosa per le posizioni acquisite.
Solo se il palazzo sarà in grado di riformare se stesso, avrà la forza di chiedere ai cittadini i sacrifici che la bassa crescita economica comporterà. Solo riducendo i privilegi si potranno pretendere sacrifici ulteriori dai cittadini.
È troppo facile pensare che l’arretratezza italiana sia imputabile al solo privilegio di una casta di eletti. Ma la politica commetterebbe un grandioso errore nel non cogliere la necessità di dare un segnale forte di sobrietà. Luigi Einaudi, un liberale, quando era al Quirinale divideva la mela in due e ne offriva la parte che avanzava al suo commensale. Eppure non resistette nel chiedere che, a casa sua, a Dogliani, si istituisse una nuova Prefettura. La politica, anche la più alta e nobile, cade in tentazione. È pronta a dimenticare che ciò che spende non è affare suo, ma dei contribuenti.
Berlusconi ha fatto un passo. Veltroni lo segua. Entrambi ci rispettino.
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