«Ma qui in Cisgiordania c’è paura delle vendette»

da Nablus

Il governo sarà nuovo, la legge è la stessa. Kalashnikov e passamontagna. Ti viene incontro all’entrata della città, dopo l’ultimo posto di blocco israeliano. A farla da signori i soliti incappucciati, i mitra spianati, i fuoristrada piantati in mezzo alla carreggiata. Il tassista s’irrigidisce, pigia sul freno. «Sono Forza 17 - sussurra con il tono di chi è finito in bocca ai briganti - sono la guardia presidenziale». Tu lo ascolti e ti chiedi cos’abbia a che fare Mahmoud Abbas, il presidente in gessato con l’aria da nonno un po’ stordito, con questi marrani allo sbando.
Ma sono Fatah. Sono la vecchia, logora forza del nuovo governo. I vendicatori dell’umiliazione di Gaza. Nablus li guarda e se può li evita. Davanti a loro il traffico diventa gimkana impazzita, devia, gira, si capovolge, ingolfa le viuzze laterali. Il municipio è formicolio di passi affrettati, occhi calati su pratiche e scartoffie, burocrazia sopravvissuta all’inferno quotidiano.Un militante di Hamas fatto fuori sabato, un altro domenica notte, tre rapiti poche ore fa. E poi sparatorie, uffici bruciati minacce e intimidazioni.
Il simbolo dell’emergenza è l’ enorme stendardo di Fatah issato sul tetto. «Non siamo noi a volerla, l’hanno messa loro, i militanti», si scusa l’ingegner Yahya Arafat, uno dei due unici consiglieri comunali di Fatah dopo la vittoria fondamentalista alle municipali del dicembre 2005. Venerdì kalashnikov e passamontagna hanno cambiato il volto di quel Consiglio. «Il sindaco Adly Aish di Hamas era già stato arrestato dagli israeliani e non uscirà per almeno sei mesi, gli altri nove consiglieri di Hamas ancora liberi se la sono squagliata prima della visita dei militanti e non si fanno vedere molto, così mio malgrado sono diventato il reggente», spiega l’imbarazzato consigliere.
A provocarlo chiedendogli se da venerdì non si senta un po’ sindaco quasi si offende. «Il vicesindaco, quello vero, il mio collega Hafez Shaheen, è appena passato di qui a firmare alcune carte, fra di noi non ci sono problemi, andiamo tutti d’accordo, ma per lui è meglio non passare troppo tempo in ufficio» . In questa specie di Corleone l’unica schietta è la signora Raja Taher. Lei, funzionaria indefessa, ma poco silenziosa, scuote la testa, alza gli occhi al cielo, li rigira, sbotta indignata . «Diciamocelo pure, sono venuti a cercare vendetta, gli avevano dato mano libera, volevano bruciare gli uffici, magari portarsi via l’ingegner Shaheen e qualcun altro di Hamas». Il peso di tanta verità zittisce la stanza, piega a terra sguardi impacciati, disorientati. Uno del Comune ti prende il cellulare, ci compone un numero, scambia quattro parole, t’accompagna in strada, ti spinge tra i vicoli. Quattro pugni su un portone, cicalare di donne, scambio d’istruzioni. Un minuto e nella fessura buia si materializza il faccione confuso del vice sindaco Hafez Shaheen. Quello del municipio sbircia a destra a sinistra, ti spinge dentro, spranga la porta.
L’ingegner Shaheen ha gli occhi rossi e gonfi di chi le notti le passa a cambiar letto e nascondiglio. Sono andati a cercarlo in ufficio, non l’hanno trovato, gli hanno scaricato pistole e kalashnikov su computer e fotocopiatrici. «Non sono un militante di Hamas, la loro era una lista di indipendenti, di professionisti e io sono stato eletto, ma non dipendo dal loro partito, non ho nulla a che fare con le disgrazie di Gaza. Qui a Nablus Fatah è morta politicamente per le ingiustizie, le ruberie e le violenze commesse dagli armati delle forze di sicurezza e delle Brigate Al Aqsa con la copertura e la complicità di chi stava al potere nel nostro municipio e a Ramallah. Yahya, il mio collega eletto nelle liste di Fatah non ha nulla a che fare con quella genia, lui è una brava persona. Siamo tutti e due ingegneri, tutti e due convinti di dover lavorare per i nostri cittadini. Gli altri, quelli con i passamontagna, sono i delinquenti di sempre. Io non sono contrario al governo di emergenza voluto dal presidente Abbas. C’è un vuoto di potere e qualcuno deve governare. Ma per prima cosa - avverte - se vogliono salvare la nazione e guadagnarsi un po’ di rispetto, mettano fine al clima d’intimidazione. Devono arginare la violenza e i soprusi dei gruppi armati, devono riconoscere la legittimità dei consigli municipali regolarmente eletti. Dove non c’è legge non c’è ordine, non c’è giustizia e non c’è libertà. Né quella di Hamas né quella di Fatah».