«Qui curo i miei bambini, 20 pazienti come Eluana»

Occhi che a volte seguono i tuoi movimenti, modesti segni di attività motoria, talvolta gemiti o vocalismi indecifrabili. È un viaggio nel dramma umano dove la coscienza percettiva sembra essersi blindata dietro un muro di ovatta impossibile da penetrare. Forse quegli occhi dicono «guarda che ti sento e ti vedo, perché il mio sistema ricevente funziona ma quello trasmittente è guasto. Scusami se non posso dimostrarti che ho compreso il tuo messaggio». Forse. O forse no. Li chiamiamo pazienti in stato vegetativo e sono tanti e tante «Eluana» che non hanno le attenzioni della cronaca ma che occupano i 19 letti del reparto appositamente strutturato all’Istituto Palazzolo di Milano della Fondazione Don Gnocchi. Un nome, quello del minuto ma grande sacerdote, che da sé evoca la missione storica di rieducare e assistere i disabili in Italia e nel mondo. Altri 12 posti per pazienti allo stato vegetativo di Milano si trovano all’Istituto Redaelli. Ma quanti nella loro condizione vengono accuditi in famiglia? Si calcola che nella sola Lombardia le persone in stato vegetativo siano almeno 500, di cui un centinaio nella provincia di Milano e che, grazie alla riorganizzazione avvenuta con il Decreto regionale del 19 dicembre 2007, la gestione della lista d’attesa per i ricoveri abbia portato notevoli benefici a molte famiglie gravate da una situazione talvolta insostenibile. «La condizione vegetativa viene definita permanente quando la diminuzione dello stato di coscienza supera i sei mesi, persistente quando supera i dodici». A spiegarlo è la dottoressa Guya Devalle, responsabile del reparto al Palazzolo, che nel 2002 ha visto ricoverare il suo primo paziente, un imprenditore ancor oggi in quello stato. Sull’invisibile muro di ovatta che avvolge la corteccia cerebrale di chi è caduto nella impossibilità di comunicare ed avere attività motoria, si sa ben poco. «Ma noi attuiamo varie tipologie di stimolo - prosegue Guya Devalle - nella speranza di un risveglio. Dalla luce del mattino per dare il senso dell’alternarsi giorno-notte, alla musica, fino alle parole o alle carezze. E stiamo attenti a ciò che diciamo, perché non sappiamo se e quanto possono percepire». La dottoressa li chiama «i miei bambini», anche se il più giovane ha 30 anni e il più anziano 84, e quando parla della loro situazione o di quella che vivono i parenti, si commuove.
La dottoressa Devalle e la sua équipe di medici e paramedici provvedono ogni giorno alla cura, alimentazione e idratazione di ogni paziente, intervenendo anche per trattamenti terapeutici proporzionati. Niente accanimenti. «Se per esempio si riscontrasse una forma tumorale - prosegue Devalle - sarebbe sproporzionato intervenire con una chemioterapia...». Ma nessun parente ha mai chiesto... Poi squilla il telefono. È una chiamata dal suo reparto. «Un mio "bambino" non sta bene. Devo lasciarla».