"Qui è iniziata la storia". In viaggio con la squadra che ha creato il calcio

Lo Sheffield Fc compie 150 anni: oggi il primo club al mondo gioca nella nona serie inglese

L’ora del tè, più o meno. Il campo là, a vista: erba verde, un po’ alta, fitta, perfetta per il cricket. Però la pioggia, maledetta: Sheffield non era ancora triste come oggi. Grigia sì, il 24 ottobre. Nuvole. Allora la noia. William, Nathaniel e Thomas: «Dovremmo trovare qualcosa da fare per divertirci in inverno, quando il cricket si ferma». Sulla poltrona di fronte alla finestra, sotto la pioggia, col tè bollente. Il football fu quella cosa lì: l’antinoia. Ne avevano sentito parlare, William, Nathaniel e Thomas. L’avevano visto, pure: la palla presa a calci, due pali, un punteggio. Pioggia, sole, vento, neve: sull’erba il pallone rotola sempre. This is football. Il calcio moderno, eccolo. Esisteva il gioco, non una squadra. Si faceva così: scapoli e ammogliati, oppure misti, gruppi di amici, la terza E del liceo, contro la terza B dell’altro liceo.

Quel giorno no: Sheffield Football Club, la prima squadra della storia. Maglie, pantaloncini, calzettoni. Berretto, pure: all’epoca era obbligatorio. Undici ragazzi: Thomas Ward si defilò, troppo preso dal resto. Rimase proprietario della sede del Club: una depandance di casa sua, quella del tè e della noia, quella di quel pomeriggio di pioggia. Da soli, Nathaniel Creswick e William Prest, andarono a chiamare i ragazzi che avevano visto giocare sui prati della città: «Vuoi venire? Abbiamo formato una squadra di calcio». Uno alla volta ne presero una ventina. Li misero in campo, a scannarsi. Perché il football allora era un’appendice del rugby. Con le punizioni, però: non si poteva trattenere un avversario, non si poteva sgambettare, non si poteva toccare il pallone con le mani. Sheffield inventò un codice, l’alba di un regolamento. Sulle porte arrivarono le traverse, i giocatori erano limitati a undici per squadra, il pallone non doveva superare i due chili. Poi il corner, che non se ne poteva più di battere con le mani anche quando il portiere salvava un gol. Cambridge aveva già cominciato, nove anni prima, a scrivere i punti chiave del calcio diventati poi le tavole uniche del pallone dal 1863. Sheffield contro Cambridge: per un secolo e mezzo hanno litigato per stabilire chi sia stata la casa del pallone. Si sono divise i meriti: a una la legge, all’altra gli uomini. Quella squadra, allora. Quella squadra che la prima volta in trasferta andò a giocare addirittura a Londra. E perse. Però fece esordire un’altra regola: la partita doveva durare novanta minuti, divisa in due tempi da quarantacinque. Quella squadra che adesso ha 150 anni e che s’è ostinata a rimanere incredibimente uguale: in città è arrivato lo United, poi il Wednesday. Si sono presi la gloria: promozioni, coppe d’Inghilterra, scudetti. First division e pure la Premiership. Lo Sheffield Football Club gioca nella Premier Division della Northern Counties East League. È la nona divisione inglese, una terza categoria italiana. Dilettanti. Di più: amatori. E però con lo store ufficiale, col sito internet, con la maglia griffata Nike. Con uno scudetto sulla divisa: Ordine del merito della Fifa. C’è solo un’altra squadra al mondo ad averlo: è il Real Madrid.

Furbi quelli dello Sheffield Fc: fanno finta di fare i poveri per diventare ricchi. Allora giocano l’amichevole con i Glasgow Rangers e col Manchester United. Venti sterline a testa l’ingresso. «Sono partite uniche. Sono la nostra leggenda e la leggenda del calcio: i 150 anni del club più antico del mondo». Richard Tims è il Nathaniel Creswick contemporaneo. Faccia tosta. S’è comprato la storia nel 1999, in prospettiva. «Nel 2007 volevo essere io il presidente». Ora c’è. Sua la baracca, suo il campo: è la prima volta che l’Fc ne ha uno vero. Prima ha vagato per quelli della zona, alla ricerca di un posto, di uno spogliatoio, di una doccia. L’ha trovato a Dronfield, poco più in là dalle ciminiere di Sheffield, dall’acciaio che cola e fuma, dal paesaggio alla Full Monty. Lontano dallo stadio dello United, lontano dallo stadio del Wednesday, lontani dai tornelli e dagli steward, dalle telecamere, dal satellite e dal cavo.

Cinquecento posti a sedere, gli altri in piedi, please. Il campo si chiama Coach & Horses Ground: alle panchine si accede passando attraverso un pub. Una pinta per la vita, un’altra per la gloria. Ora gli hanno dato un altro nome: Bright Finance Stadium. Questione di sponsor, ovviamente. Soldi anche qui. Soldi sempre. Ne approfitta pure la storia, quando ci sono. Qui non succede sempre, neppure quando arriva uno che sa giocare, quando cresce, quando qualcuno lo viene a vedere e vuole comprarselo. Come Sam Sodje. Oggi gioca nel Reading, Premier League. A Sheffield passò nel 2000, solo per un anno. Lo chiese il Stevenage Borough e lo pagò sull’unghia: quattro palloni e ventidue divise da gioco. Bianco-rosse: maglietta, pantaloncini, calzettoni. Arrivarono sporchi.