Qui succede un ’48

Per la campagna delle elezioni di 60 anni fa la Dc "arruolò" Giovannino Guareschi. Ora una mostra a Trieste ci permette di rivivere, attraverso le vignette dello scrittore, l’atmosfera di quei giorni

Chi oggi, prima di entrare nel seggio, getterà un’ultima occhiata ai manifesti elettorali pensando «però, in fondo, che noia», non sa o non ricorda quali passioni abbiano agitato in altri tempi le piazze elettorali d’Italia. Tempi in cui slogan sbiaditi e rugiadosi come «We care» (ve lo ricordate?) o l’attuale veltroniano «Si può fare» non sarebbero stati concepibili (e neppure capiti): perché la politica era carne e sangue degli italiani, ognuno alle proprie idee credeva fino in fondo e aveva appassionata fiducia in chi le rappresentava. E i leader politici che a quegli italiani si rivolgevano, non lo facevano certo attraverso le trovate di un ufficio di pierre che conia slogan per un partito come per una marca di caffè.
Il prossimo 18 aprile saranno sessant’anni dalle elezioni che segnarono la grande svolta del dopoguerra. Come oggi, si fronteggiavano due vasti schieramenti: la Dc e i suoi alleati di centro da un lato, il Partito comunista e il Partito socialista uniti nel Fronte democratico popolare dall’altro. La posta in gioco era altissima e ben lo compresero sia i contendenti sia gli elettori, consci che quelle elezioni avrebbero rappresentato uno spartiacque politico. Dai risultati delle urne sarebbe scaturita la definitiva collocazione occidentale del Paese o il suo scivolamento verso il blocco sovietico. «Fu uno scontro senza quartiere - scrive lo storico Giuseppe Parlato nel catalogo della mostra «Guareschi e le elezioni del 1948» che si apre il 18 aprile nelle sale di Palazzo Gopcevich a Trieste -. La Dc si presentò come la “diga” in grado di fermare l’avanzata del Pci e di salvare la società occidentale. A sostegno della Dc e dei centristi scese in campo la Chiesa... Le comunità italo-americane intervennero invitando le popolazioni del meridione a votare per la Dc...».
Trieste rimase forzatamente fuori della mischia perché ancora sotto l’amministrazione alleata. I triestini non poterono votare ma ci sono pochi dubbi su chi avrebbero scelto i cittadini che non avevano certo dimenticato i quaranta giorni di terrore dell’occupazione titina. È forse questo uno dei motivi per cui Trieste dedica ora una rassegna alle indimenticabili vignette e ai manifesti che Giovannino Guareschi disegnò per la campagna elettorale, concessi dall’Archivio Guareschi e dall’Archivio Croce di Piacenza, con il contributo degli studi di Simonetta Bartolini, Guido Conti e Giuseppe Parlato.
Perché anche Guareschi fu arruolato, anzi si arruolò volontariamente nella campagna contro il fronte social-comunista (il «Fro-De-Pop», come lo chiamava lui) mettendo al servizio delle forze antimarxiste la sua vena di polemista, la sua celebre matita e la testata di quel settimanale, Candido, che aveva fondato con Giovanni Mosca nel dicembre del 1945, appena rientrato dalla prigionia in Germania. Lo scontro, come abbiamo detto, non era certo all’acqua di rose e Guareschi non risparmiò neppure uno dei temi che potevano fare più presa sull’animo dei votanti. Si rivolse al buon senso della gente comune, sottolineando l’importanza di decidere individualmente e di sottrarsi alle suggestioni della propaganda di massa. Forse il più celebre fra i disegni esposti a Trieste è quello che mostra un operaio intento a tracciare il segno sulla scheda e la scritta «Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede Stalin no». Ma Guareschi si rivolse anche alla vocazione individualista dell’Italia contadina a quel tempo ancora consistente: «Contadini non votate per il Fronte! Lo stato comunista metterà il contatore anche alle vostre galline». E non si fece scrupolo di evocare il dramma dei prigionieri italiani morti nei campi di prigionia sovietici. Di forte suggestione emotiva è il manifesto con lo scheletro di un soldato dell’Armir aggrappato al filo spinato, il quale, indicando la falce e martello e la stella a cinque punte, invoca: «Mamma, votagli contro anche per me!».
Gli esponenti del Fronte popolare trovavano ovviamente bastardissimi questi slogan. A Udine gruppi di attivisti invasero una tipografia per bruciare migliaia di manifesti con il soldato. Particolarmente in bestia li mandavano le vignette che avevano come soggetto i «trinariciuti» (i comunisti avevano tre narici, sosteneva Guareschi, la terza serviva per scaricare il fumo che avevano nella testa) e che portavano come titolo «Obbedienza cieca pronta assoluta». Fra le più esilaranti, la vignetta di una donna che porta al braccio un cestino e copre la scheda elettorale con l’opulento seno. Sullo sfondo un omino disperato grida «Contrordine, compagni! La frase pubblicata oggi sull’Unità “Nella cabina non perdete la cesta e mettete il seno su Garibaldi” contiene un errore di stampa e pertanto va letta: “Nella cabina non perdete la testa e mettete il segno su Garibaldi”».
È probabile che alcune di quelle vignette facessero ridere anche l’elettorato di sinistra. Ma man mano che ci si avvicinava al fatidico 18 aprile, il clima si andava riscaldando. Guareschi e Mosca, che avevano scelto di invitare tutto l’elettorato moderato a sostenere la Dc, lavoravano senza sosta. Scrive Beppe Gualazzini nel suo libro Guareschi (Editoriale Nuova, 1981): «La tiratura settimanale del Candido si avvicinò al mezzo milione di copie: divenne il giornale più letto d’Italia; Guareschi e Mosca furono tra i più importanti opinion leaders dell’epoca... Anche dall’estero osservatori e politici interpellarono i direttori di Candido per sapere quale fosse la reale situazione italiana...». Lo scontro non fu solo verbale. Sui due giornalisti e sulle loro famiglie piovvero minacce. L’arcivescovo di Milano, Ildefonso Schuster, preoccupato, si offrì di ospitarli in arcivescovado. Loro rifiutarono e si limitarono a dormire ogni sera in un albergo diverso.
E finalmente arrivò il giorno delle elezioni. Alla schiacciante vittoria moderata (il 48,5 per cento della Dc più il 13,4 degli alleati contro il 31 per cento del Fronte popolare) indubbiamente Guareschi e il Candido avevano dato un sostanziale contributo. Sul numero successivo alle elezioni, il 25 aprile 1948, la vignetta d’apertura mostra un gruppo di attivisti scuri in volto. Uno imbraccia il mitra. Ma un altro uscendo dal seggio, dice semplicemente: «Contrordine, compagni!».
Con la svolta del 1948 Guareschi considerava chiuso il periodo di quella che lui chiamava «l’Italia provvisoria», il lungo e difficile dopoguerra. Sperava in una rinascita concorde e affidò i suoi voti a una vignetta del 16 maggio: il presidente del consiglio De Gasperi si avvia verso il Parlamento ma un’Italia turrita e sorridente lo ferma sulla soglia: «Il distintivo in guardaroba, presidente!». Era un invito rivolto al politico ad agire nell’interesse comune e non dei partiti. La delusione arrivò molto presto.