Quilici, avventura negli abissi della Storia

In «La Fenice del Bajkal» due archeosub alla ricerca dei diari segreti di Mussolini

Prepariamoci a uno sconvolgente tuffo nelle profondità di un lago del pianeta, il Bajkal, un gelido e tempestoso bacino della steppa siberiana al confine con la selvaggia Mongolia. A proporci un viaggio in una regione assai impervia è Folco Quilici che da anni esplora con filmati e libri di fama internazionale i segreti degli abissi marini. La Fenice del Bajkal (Mondadori, pagg. 308, euro 18) è la sua nuova fatica letteraria. Il romanzo è assai godibile, vi si intrecciano eventi storici, vi si tesse una trama avventurosa sui famigerati carteggi segreti di Mussolini. Su queste carte, scomparse alla fucilazione del duce, si sono formulate le più varie ipotesi: si dice che siano state trafugate dai servizi segreti britannici, o che siano state gettate in due diversi laghi, quello di Como e quello di Garda. Ma si è detto, addirittura, che furono bruciate dai partigiani. E non è finita! Fra le varie teorie sulla loro fine vi è anche quella secondo cui vennero consegnate nelle mani dell’ambasciatore giapponese a Salò - Shinrokuro Hidaka - perché fossero inviate all’imperatore Hirohito.
E proprio su questi dati storiografici si innesta il romanzo di Quilici. Come? Nell’aprile del 1945, da un aeroporto dell’Italia settentrionale, decollava un trimotore, La Fenice, con destinazione Tokyo, ma l’aereo non avrebbe raggiunto la meta poiché per un guasto sarebbe precipitato nelle gelide acque del lago Bajkal, «un’interminabile fessura tagliata nell’uniforme paesaggio siberiano».
Dopo molti decenni due intrepidi archeosub, Marco Arnei e Sara Morasky, tentano una pericolosa impresa, quella di scendere nelle profondità del lago per recuperare dal relitto dell’aereo la preziosa scatola di stagno che conteneva alcuni carteggi dell’uom fatale di Predappio. Il romanzo si sviluppa in numerosi colpi di scena condotti dalla maestria dell’autore capace di descrivere in modo impeccabile luoghi e personaggi. «Nell’infinito paesaggio bianco - è un brano del libro - la superficie gelata del lago si distingue nettamente dalle sue rive; una piana ondulata, qua e là macchiata da isole verdi di abeti e punteggiata da rocce disordinatamente emergenti». E poi con forza: «Dove il Bajkal finisce nel suo emissario, il fiume Angara, s’intravede una macchia scura. È Irkutsk... una costruzione tozza, forse un castello, e campanili di chiese».
Riusciranno gli esploratori italiani, con l’aiuto di colleghi russi, a recuperare nei melmosi e foschi fondali del Bajkal la carcassa della Fenice e in essa il «tesoro» di carte più controverso e ricercato dagli storici contemporanei? Ebbene! Basterà immergersi nelle pagine di Quilici, e vi sentirete a bordo del suo battello-laboratorio - Yavanos - nell’abbandonarvi a una fluente verve narrativa.
Ancora una volta Quilici, nel divincolarsi «dai limiti» imposti dalla saggistica, intreccia storia e fantasia in un binomio indissolubile. Meraviglioso.