Quindici anni di amore-odio fino al gelo di San Valentino

Berlusconi nel ’94: «Casini è sangue del mio sangue». Ma il leader centrista è stato sempre tentato dalla competizione

da Roma

A metà del pomeriggio di ieri correva voce si sarebbe deciso nella notte. Come, non era dato saperlo; e così fiorivano le voci che davano per certa la celebrazione dell’anniversario con un nuovo massacro, come quello della gang di Bugs Moran a Chicago nel ’29, e quelle che - al contrario - puntavano sulla rinascita del flirt con scambio di rose rosse che ieri nella capitale giravano a tonnellate per il fatidico San Valentino. Berlusconi e Casini, Silvio e Pier. Una amicizia ormai ventennale che pare al punto di non ritorno: o si cementa o esplode definitivamente.
E pensare che era cominciata con pubblico elogio del Cavaliere a «quei bravi ragazzi che per me se ne sono andati dalla dc», e ai continui scambi di amorosi sensi dalla Sardegna a Formia, dove l’allora Ccd teneva il suo raduno estivo, profittando della generosità di Ranucci. Era il ’94, i giorni del miele e del «sangue del mio sangue» come faceva sapere Berlusconi al quarantenne che lo fissava adorante forse anche perché rieletto alla Camera, a marzo, nel riparto proporzionale di Forza Italia in Emilia. In realtà, qualche nuvola apparve già dopo la caduta del governo Dini e la vittoria ulivista del ’96. Il bel Pier decise di alzare la vela dando il suo addio al Polo sconfitto. Costituente dei moderati, assieme a Cossiga. Un terzo polo contro Silvio? «Macché - replicò lui - è un centro alternativo alla sinistra che Berlusconi avrebbe dovuto creare, invece che perder tempo. Semmai è da Fini che siamo distanti: a lui offriamo un contratto elettorale, come il Pds con Rifondazione».
Toh, un partito unico! Casini ci pensava davvero e lo ripeteva a ogni piè sospinto, tanto da spingere Mastella al divorzio proprio per questo: «Scissionista io? Sono gli altri a voler confluire in Forza Italia. Il discorso di Casini è quello!». E che ci fosse un pizzico di vero è testimoniato dall’impegno di Pier affinché Berlusconi - negli anni duri della traversata nel deserto - confluisse sotto le insegne del Ppe. Strana la politica, no? Casini chiede una mano al genero di Aznar, Alejandro Agag, per arruolare Forza Italia nei Popolari europei. La ottiene e fa sì che l’allora premier spagnolo, a metà del ’98, mandi un messaggio agli italiani moderati: «Mettersi assieme per non disperdere capacità politiche ed organizzative, risorse umane e intelligenze, invece che disperdersi in mille sigle... ». E il capo del Ccd che risponde a lui e a Berlusconi che aveva convenuto sull’obiettivo? «No, grazie. L’Italia non è la Spagna».
Eppure il Cavaliere, tornato premier, gli concede la presidenza della Camera, oltre che ministeri, sottosegretariati e putipù. Torna il sereno? Mica tanto. Il Ccd, fattosi Udc gli si mette di traverso sulla riforma della par condicio, poi gli fa la guerra sul contratto degli statali, mette il freno a mano sulle privatizzazioni e, in politica economica, comincia a martellare il tasto della discontinuità, parolone che nascondeva un più terra terra «vogliamo la testa di Tremonti», che poi ottenne. Mica è tutto. Al Cavaliere che borbottava scontento per tutte quelle lance buttategli tra le ruote, decidono di affiancare come vicepremier Follini, facendogli capire che in quel modo si sarebbero eliminate le disparità di vedute. E invece le ostilità riprendono. Arriva la campagna elettorale e Berlusconi si danna per portare il carro comune alla vittoria. Mentre Casini si limita a far sapere che lui lotterà contro «prestigiatori e illusionisti» e che comunque il Polo gioca a tre punte per cui, non Berlusconi, ma chi otterrà il miglior aumento percentuale farà il premier. Cosa che gli avrebbe richiesto anche pochi giorni fa, nell’incontro reclamato nella sede dei gruppi alla Camera, essendosi rifiutato di recarsi a palazzo Grazioli.
È da qui che inizia il gelo? Possibile. Ma al di là della scarsissima simpatia tra il Cavaliere e il suocero di Casini, cavalier Caltagirone, a suonare il de profundis tra i due è forse stata più la replica dell’ex dc al discorso con cui a San Babila l’ex premier rivela di voler creare una nuova formazione di tutto il centrodestra: «Berlusconi reagisce con un colpo di teatro a una strategia da sconfitta annunciata. Brogli elettorali, manifestazioni di massa, teoria delle spallate... tutte suggestioni sbagliate dimostratesi tali. Mentre l’Italia non di suggestioni ha bisogno, ma di alternative». «E io - aveva già detto - non sono più disposto a riproporre quello che abbiamo fatto negli ultimi 12 anni. Per questo ci vuole un cambio di leadership».
Così anche gli appelli della mamma di Pier a un pranzo riconciliatore, appaiono oggi più sommesse preghiere di pace che indicazione di marcia. Anche se in politica i miracoli, talvolta, ma solo talvolta, accadono.