Quindici anni di giustizia-show

Pare impossibile, ma al Palafiera di Roma, il 6 luglio 1995, si celebrava il congresso del Pds con invitato speciale Silvio Berlusconi. Il segretario del Partito invece si chiamava Massimo D’Alema, e nel suo discorso disse questo: «Basta con la giustizia-spettacolo e con l’uso strumentale delle inchieste giudiziarie, ci battiamo per una giustizia normale». Intervenne anche un cosiddetto giovane, Walter Veltroni: «Basta con l’uso strumentale della magistratura». Applaudivano, in prima fila, Cesare Previti e Gianni Letta.
Pare impossibile: e da allora è cambiato tutto, ossia niente. Che la giustizia-spettacolo fosse un problema serio era già chiaro a tutti, e non era evidente solo ad alcune toghe e a chi le sosteneva: magari nel 1995 non c’era un Capo dello Stato che invitava i magistrati esplicitamente al silenzio, e non c’era un vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, che per ben due volte li pregasse d’essere «sordi e muti» con ciò richiamandoli all'articolo 6 del codice deontologico: «Nei contatti con la stampa il magistrato non sollecita la pubblicità di notizie attinenti alla propria attività». Non c’era neppure un Luciano Violante, che un tempo qualche ascendente sulle toghe pure lo aveva, che si costringesse a ribadire: «Un magistrato non deve usare i mezzi di informazione per conquistare consenso, Forleo e De Magistris hanno sbagliato ad andare ad Annozero». Nel 1995 era anche impensabile che l’Associazione nazionale magistrati potesse chiedere, a due colleghi, «di rientrare ciascuno nel proprio campo». Molte cose erano diverse, a quel tempo: le toghe superstar avevano curriculum e cognomi come quelli di Borrelli, D’Ambrosio, Colombo, Caselli, Greco, Boccassini e altisonanze varie. Oggi le starlette della giustizia-spettacolo si chiamano Woodcock, Forleo e De Magistris: nessuna particolare medaglia alle spalle, tuttavia famosi in quanto famosi.
I bersagli dei magistrati da palcoscenico, un tempo, avevano a loro volta dei cognomi precisi. Gli obbiettivi di alcune dirompenti interviste del Pool di Milano, nel febbraio 1993, furono per esempio gli autori del famigerato Decreto Conso che si proponeva la depenalizzazione del finanziamento illecito dei partiti. Stiamo parlando della spettacolarizzazione della giustizia nel senso più compiuto: il settimanale L’Europeo in quel periodo regalava gli adesivi circolari «Forza Di Pietro», Famiglia Cristiana scriveva che «Di Pietro sarebbe piaciuto a Leonardo Sciascia» e Sorrisi e canzoni in copertina titolava «Di Pietro facci sognare». In quell’atmosfera era facile che Francesco Saverio Borrelli potesse rilasciare interviste che parevano editti: «Chi ha scheletri negli armadi non si candidi alle elezioni»; «Ci sono responsabilità ai vertici e verranno colpite», «inchioderemo l’imputato alle sue responsabilità», più altri pezzi da collezione esplicitamente dedicati a Silvio Berlusconi. Nel luglio 1994 il suo governo tentò di varare il celeberrimo Decreto Biondi (che doveva servire, tra altre cose, a limitare l’uso della carcerazione preventiva) sicché il Pool di Milano inscenò un autentico caposaldo della giustizia spettacolo: Antonio Di Pietro si piazzò davanti alle telecamere (aria sfatta, niente cravatta, barbaccia incolta) e verso le 19 lesse un comunicato che si appellava direttamente alla gente e mandò a monte il Decreto. Il presidente della Repubblica, il 19 luglio, rifiutò di firmarlo. Era il periodo in cui si era già consumato il processo Cusani, capolavoro insuperato della giustizia-spettacolo: l'epilogo fu la teatrale dipartita di Di Pietro quando si tolse la toga davanti alle telecamere. E se quelli erano i giganti, va da sé che i nani intanto potessero prosperare. Difficile dimenticare il pm Alessandro Chionna che nel 1996 arrestò Gigi Sabani (poi prosciolto) salvo maritarsi con l’ex fidanzata di lui, la showgirl Anita Ceccariglia. Un po’ come quando il gip di Aosta Fabrizio Gandini, dapprima incaricato di sciogliere il caso Cogne, estrasse dal calderone massmediatico l'inviata del Tg1 Elisa Anzaldo: finì per sposarla nel 2003. Neanche sulla spettacolarità dell’inchiesta potentina di John Henry Woodcock servono particolari commenti: né ci interessa come sia andata a finire tra lui e la giornalista Federica Sciarelli, con la quale fu immortalato in varie situazioni. Il palcoscenico giudiziario, ormai, può questo e altro.
Chiedetelo a Carlo Madaro, il pretore che diventò ospite fisso di giornali e televisioni come paladino del metodo anticancro promosso da Luigi Di Bella: Madaro alla fine divenne consigliere regionale dell'Italia dei Valori. Niente di strano, dunque, che si vociferi che anche Luigi De Magistris possa essere un papabile candidato del partito di Di Pietro. Tutto è possibile, in uno scenario dove i De Magistris e le Forleo e i Woodcock non hanno neppure bisogno del controllo e dell’appoggio della propria corporazione: figurarsi che può importar loro dei politici, o dei presidenti della Repubblica, questi ferrivecchi. La televisione basta e avanza. Non è davvero chiaro, queste spettacolari toghe del Duemila, quali meriti e quali medaglie possano vantare nel loro carniere: ma è ormai chiaro che finire in televisione, in Italia, è già una medaglia sufficiente. Forza Forleo, forza De Magistris: il perché non si sa.
Ma sai, li ho visti in televisione. Indagano sui potenti. Vogliono fermarli.
Filippo Facci