Quindici giorni di indagini e rivendicazioni

Marta Ottaviani

Nelle ultime due settimane Londra ha cercato di riprendersi dalla strage in cui hanno perso la vita 56 persone.
7 luglio La capitale viene scossa da quattro esplosioni a opera di kamikaze, che in meno di un’ora gettano nel panico la città. Vengono colpite le stazioni della metropolitana di Aldgate, Edgware Road, King’s Cross e l’autobus numero 30, che si trova a Tavistock Square. Su un sito internet compare la rivendicazione firmata dal gruppo «Organizzazione Al Qaida per la Jihad in Europa».
8 luglio La regina Elisabetta si reca in ospedale per visitare le vittime degli attentati e dichiara che le bombe a Londra «non cambieranno il nostro stile di vita».
9 luglio Arriva una seconda rivendicazione dell’attentato. Questa volta è firmata dalle Brigate «Abu Hafs al Masri», lo stesso della strage dell’11 marzo a Madrid.
11 luglio Il premier Tony Blair riferisce alla Camera dei Comuni, difendendo su tutta la linea l’operato della polizia e dichiarandosi fiero della comunità islamica inglese.
12 luglio Per l’Inghilterra è un altro shock. Una vasta operazione della polizia a Leeds, nello Yorkshire, porta al riconoscimento di tre dei quattro kamikaze. Sono tutti cittadini britannici.
15 luglio Viene arrestato a Il Cairo Magdi El Nashar, ex studente di chimica a Leeds, che è partito da Londra due settimane prima degli attentati. Secondo gli inquirenti inglesi potrebbe essere la mente degli attentati londinesi, ma il governo egiziano lo esclude.
18 luglio Gli agenti della squadra antiterrorismo scoprono che tre dei quattro kamikaze erano stati in Pakistan nel 2004, dove probabilmente sono entrati in contatto con Al Qaida.