Quintavalle, la judoka della porta accanto

Giulia è livornese come Montano: "Sono la prima italiana olimpionica del tatami: nessuno mi potrà battere." Ed esulta come Toni: "Mio fratello si chiama Michel in onore di Platini. Il gesto? L'avevo promesso a un'amica"

Pechino - Sotto il kimono una ragazza d’oro. Sul tatami una ragazza di ferro. Si chiama Giulia, di cognome fa Quintavalle. Un nome che pareva una maledizione: sempre quinta, uffa che noia! Quando mai vincerò? Si domandava. E Felice Mariani, il suo maestro, piccolo quanto un tamburino sardo, sempre a ripeterle: «Calma, quando comincerai, vincerai tanto». Ieri la profezia si è avverata. Ieri la liberazione: «Finalmente! Da oggi potrei chiamarmi Primavalle». Giulia è diventata la prima donna italiana a vincere un oro nel judo. E questo sport, che vive come tanti fra i dimenticati, non poteva trovare miglior spot di successo. Giulia così tesa, decisa, spigolosa davanti a Deborah Gravenstijn, la nera finalista olandese di 34 anni, con la quale si è accartocciata in quella serie di movimenti che fanno la lotta del judo, così timida, ma non impacciata, così dolce ma non mielosa, così semplice ma non ordinaria, nel presentarsi al mondo.
Somiglia alla ragazzina che tutte le mamme vorrebbero. Ama le commedie che fanno sorridere e parlano d’amore. Ha il fidanzato, ma dice: «Non scrivetelo». Le piace cucinare dolci: «Ma non li mangio, mi hanno stufato». Ma se qualcuno ha avuto buoni occhi, durante la cerimonia d’apertura dei Giochi ricorderà una svitatella con parrucca tricolore e un drappo di bandiera in mano, che la regia ha inquadrato il meno possibile. Bene, quella ragazza era lei. L’avevamo già conosciuta tutti. E ieri ha svelato cos’era scritto sulla bandiera. «Questi sono schizzi. Come dire: questo è il massimo». Eterna indole burlona e ciarliera dei livornesi, appunto come Giulia che fra qualche giorno sarà anche finanziera scelta, militando nelle Fiamme Gialle. Ma il judo è uno sport che sposa una sua filosofia non solo nella pratica, ma pure nei comportamenti, segue otto regole che sono un codice morale: educazione, coraggio, sincerità, onore, modestia, rispetto, controllo di sé, amicizia. Giulia è tutto questo, raccontano il suo tecnico e i suoi amici.

«Darà una bella immagine del nostro sport, una figura come la Trillini», dice Mariani che sembra il suo tutore, non solo sportivo. E lei, con occhioni grandi e scuri, un bel sorriso sulle labbra, un moto perpetuo nelle gambe, come quelle bambine un po’ dispettose che non smettono mai di dondolarsi, conferma raccontando cose semplici. Il judo è entrato nella sua vita a cinque anni, lo praticava il fratello maggiore, lei ha iniziato col fratello gemello. La famiglia è molto unita, la mamma casalinga, il babbo impiegato. C’è un po’ di Spagna nel sangue, da parte della nonna. A scuola ha provato con il liceo linguistico, è andata male e ha ripiegato su un istituto tecnico. Ha tentato altri sport: nuoto, basket, atletica.

Però c’è molto calcio nel suo mondo. Sul podio ha portato all’orecchio le mani. Come Toni. Spiega: «L’avevo promesso a una mia amica. Volevo dire: vista la medaglia? Non so se rendo». A casa il papà tifa Juve. E il fratello gemello si chiama Michel. Il dubbio corre. Lei lo dissolve. «Sì, in onore di Platini. Chissà cosa avrà combinato quel 6 marzo 1983?». Domanda senza risposta, all’apparenza. I sogni di Giulia erano altri. Vincere un oro per esempio. «E questa è la cosa più bella della mia vita». Se li è conquistati, il sogno e l’oro, lottando contro tutto. Il peso: prima si batteva nella categoria dei 63 kg, ma non andava. Da due anni è scesa a 57 kg. In controtendenza con chiunque sia costretto a scendere di peso: «Non sono una mangiona, faccio meno fatica ad arrivare ai 57 kg che salire ai 63». Pubblicità ideale per i dietologi. Poi se l’è vista con le avversarie, fra cui la tedesca campionessa olimpica uscente. «Battere la Boenisch mi ha dato fiducia». Ha chiuso la storia contro l’olandese, tirando un colpo che si chiama kokà, nome che fa programma. Così lo raccontano i tecnici: «Ti butta per farti toccare col fianco». Ed ora si godrà il premio da 140mila euro. Si sentirà più ricca. Le scappa un’esclamazione: «Finalmente, era ora!».

Più chiacchiera e più si trasforma nella ragazza di ferro del tatami. Dice che questa soddisfazione doveva essere scritta da qualche parte. Lo spirito burlesco ogni tanto fa capolino. Non è Montano, ma è made in Livorno. «Prima donna a vincere un oro: sono contenta perché non si potrà più ripetere». Finalmente capisce: che bello essere campionessa! Che bello essere Giulia! Che bello non essere diva. Lo dice a denti stretti. «La tv non mi interessa, le interviste non mi piacciono». Coccola la medaglia. Solo quella. Ma confessa: «A letto non potrò tenerla addosso. Mi muovo troppo anche quando dormo». Beh, allora: altri sogni d’oro.