Quirinale e governo, Rutelli riapre i giochi

Laura Cesaretti

da Roma

«Se ora che si è ritirato Ciampi non riusciamo a far eleggere D’Alema, il primo che salta è Fassino, e il secondo è Prodi». A parlare così, sotto lo stretto vincolo dell’anonimato, è un alto e ben informato dirigente della Quercia.
I ds dunque puntano su un D’Alema secco, contando sul fatto che in ballo c’è un premier ancora da incaricare, un governo ancora da formare, ministeri ancora da assegnare, ruoli di primo piano (a cominciare da Fassino e Rutelli) ancora da definire nell’esecutivo e nei rispettivi partiti. E chi già le sue caselle se le è assicurate (Bertinotti, Marini, i capigruppo dell’Ulivo Finocchiaro e Franceschini) lo ha fatto con il contributo determinante dei ds, «coi nostri voti» come ricorda Peppino Caldarola. Messa così la partita dovrebbe essere blindata per il presidente ds. Che ieri ha sollecitato le dichiarazioni di voto dei cespugli dell’Unione: Prc, Pdci, Verdi, Mastella si schierano pro-D’Alema. «Non deve sembrare un nome imposto da noi alla coalizione, ma venire fuori come l’unica candidatura unitaria del centrosinistra, da offrire alla Cdl», spiegano in casa ds. E aggiungono: «Oggi Prodi, Rutelli e Fassino ne hanno discusso insieme: procedono affiancati».
Si parlava già di un vertice da tenersi oggi, per far uscire appunto il nome del «candidato coi baffi» di cui si parlava nell’entourage prodiano, dopo che il Professore aveva visto sfumare l’ipotesi del Ciampi-bis. A dirsi contrari all’ipotesi D’Alema sembravano rimasti solo socialisti e radicali della Rosa nel pugno: «D’Alema è il candidato, forse inconsapevole, di Berlusconi», spiegava un agguerrito Pannella. Nel senso che «magari gli darà qualche voto nel segreto dell’urna, per poi chiamare in piazza la gente contro l’occupazione comunista delle istituzioni. Col risultato immediato di stravincere le amministrative, riconquistando Milano e strappando Napoli al centrosinistra». Un ragionamento che Pannella ha fatto «a chi di dovere», Prodi compreso, per convincerlo a resistere: «Se no lui sparisce, e i protagonisti assoluti della legislatura restano D’Alema e Berlusconi». Il leader radicale avvertiva ieri pomeriggio che anche da Rutelli poteva arrivare resistenza all’ascesa dalemiana. E a sera una dichiarazione del rutelliano Fistarol dà il segnale che la partita è tutt’altro che chiusa: l’Unione, spiega il parlamentare della Margherita, dovrà «seguire il metodo Ciampi» e proporre un candidato «in qualche modo condiviso» dall’opposizione. Se poi sul nome di D’Alema restasse il niet totale di Berlusconi, «inviteremo i ds a chiedersi se sia opportuno iniziare la legislatura con uno scontro sul Quirinale».
Dalla Margherita si conferma che questa è la posizione di Francesco Rutelli, che ieri sera affermava che «assolutissimamente» non ci sono ancora nomi: «Ora si tratta di assicurare al paese un nuovo presidente che sia in grado di essere garante della Costituzione e riferimento della Nazione». Un identikit che corrisponde al candidato coi baffi? «A me pare proprio il profilo di D’Alema, no?», commentava il fassiniano Morri. Ma il rutelliano Gentiloni osservava che nel centrosinistra «ci sono più candidati autorevoli», compresa ovviamente la «autorevolissima» candidatura di D’Alema. Che però potrebbe incontrare il muro di no della Cdl.
Se questa sarà la linea con cui Rutelli si presenterà al decisivo vertice, slittato nel frattempo a domani, nel centrosinistra rischia di aprirsi una spaccatura verticale. Il dl Enzo Carra due giorni fa aveva suggerito a Rutelli: «Vai a consultare tu Berlusconi, visto che Prodi non si muove». E ora si dice convinto che ci sono nomi cui il Cavaliere «non direbbe no: Amato, e anche Marini». Che se ascendesse al Quirinale libererebbe il posto al Senato per un presidente che abbia il beneplacito della Cdl, «come Napolitano». Non a caso martedì lo stesso D’Alema era andato a sondare Marini, per verificare se davvero avesse avuto avance da Berlusconi. «Io ti sostengo fino in fondo, Massimo», era stata la risposta. Ma in queste ore nell’Unione nessuno si fida di nessuno, e D’Alema meno di tutti. «È il primo a sapere che la sua strada è difficilissima», ammette un fedelissimo.