Il Quirinale e i sonniferi di Scalfari

Francesco Damato

Di che colore è questo incipiente ultimo semestre del mandato di Carlo Azeglio Ciampi, eletto al Quirinale il 13 maggio 1999 ? Alcuni si attardano a considerarlo bianco per via del divieto imposto al capo dello Stato dall'articolo 88 della Costituzione di avvalersi della facoltà di sciogliere le Camere negli ultimi sei mesi, appunto, del suo incarico. Ma quell'articolo fu modificato nel 1991 per riconoscere al presidente il diritto di sciogliere le Camere anche negli ultimi sei mesi del suo mandato quando «essi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura». Questo è appunto il caso di Ciampi. Al quale, pertanto, se dovesse capitare tra i piedi fra qualche settimana una pur improbabile crisi di governo, non sarebbe per nulla impedito il ricorso alle urne, senza inseguire quindi cervellotiche soluzioni più o meno istituzionali, come qualcuno anche di recente ha sognato, o temuto, pensando a maggioranze trasversali rispetto agli schieramenti attuali.
Se non è bianco, quest'ultimo semestre di Ciampi non mi sembra neppure rosso, come invece lo vede a destra chi avverte dietro le tante esternazioni del presidente e i suoi dubbi su certe iniziative legislative della maggioranza le tracce delle sue lontane simpatie per un partito - quello azionista - che non c'è più ma del quale si proclamano discendenti gruppi, correnti e uomini oggi partecipi dell'opposizione al governo di Silvio Berlusconi.
Non credo, o non voglio credere, a questa rappresentazione dell'ultimo semestre di Ciampi al Quirinale per la stima che ho e vorrei continuare ad avere dell'uomo, e per il ricordo delle circostanze che lo portarono sei anni e mezzo fa al vertice dello Stato: votato liberamente e coscientemente anche da Berlusconi, senza il cui apporto l'allora ministro dell'Economia non sarebbe sicuramente riuscito eletto al primo scrutinio, con 707 voti su 990 votanti, superando le ostilità manifestatesi con le schede bianche, nulle e disperse e il dissenso esplicito dei leghisti da una parte e dei bertinottiani dall'altra. I quali votarono, rispettivamente, per Gasperini e Ingrao.
Temo piuttosto che la parte conclusiva del mandato di Ciampi rischi di essere macchiata da politici e opinionisti, diciamo così, disinvolti che gli strattonano sempre più la giacca. È da costoro che il presidente della Repubblica deve guardarsi nei modi e nei termini opportuni, che mi auguro vorrà e saprà trovare rapidamente, in tempo per non compromettere l'immagine complessiva del suo settennato.
Non più tardi di domenica scorsa il solito Eugenio Scalfari, già pizzicato per altri versi dal nostro Lodovico Festa, è tornato sull'altrettanto solita Repubblica di carta a contrapporre Ciampi a Berlusconi, scrivendone come dell'unico «ostacolo» in grado di «fermare il galoppo del Cavaliere» verso la rovina, naturalmente, del Paese. Egli ha iscritto d'ufficio Ciampi nelle file dell'opposizione con tale foga da sentire il bisogno, alla fine, di «scusarsi» con lui «se ho scelto il suo nome - ha scritto - per definire una concezione della democrazia rispetto a un'altra».
Spero che Ciampi non accetti le scuse o quanto meno approfitti di qualche appuntamento conviviale per consegnare amichevolmente all'ospite, di recente confessatosi insonne per l'incubo di vedere prima o dopo insediarsi al Quirinale l'odiato Berlusconi, una buona e abbondante confezione di sonniferi. L'insonnia, si sa, può fare anche impazzire.