Quote rosa, arma a doppio taglio per le donne

Caro Granzotto, mi piacerebbe che lei facesse il punto sulle quote rosa. Ho sentito al telegiornale che una donna di nome Montanelli (parente?) sta facendo lo sciopero della fame per ottenere più posti destinati alle donne nella Lista di Di Pietro e nessuno può aver dimenticato le lacrime del ministro Prestigiacomo versate dopo il fallimento di una legge che stabiliva le Quote rosa. Siccome ci sono donne che non approvano le quote e mogli come quella di Fassino che con la scusa delle quote si fanno candidare al Parlamento, potrebbe dirmi alla fin della fiera quale è lo stato delle cose e se le quote rosa sono sul serio così necessarie?


Argomento scabrosissimo, caro Trevisani, perché le quotarosiste (e così dicasi per i quotarosisti) in servizio permanente effettivo hanno il nervo sensibile e livelli di suscettibilità altissimi. Cominciamo col dire che le quote, non solo rosa, ma di molteplice colore e specie, nascono lì dove maturò e si sviluppò la retorica della diversità: gli Stati Uniti. E proseguiamo ricordando che negli Stati Uniti le prime a essere introdotte, quelle nelle università, furono soppresse già nel 1978. Eliminate le quote, gli americani possono tuttavia contare su numerosi «affermative actions», cioè discriminazioni positive a salvaguardia di minoranze, gruppi entici e dei meno favoriti. Ma anche su quelle tira una brutt’aria e il perché risiede proprio nella definizione: pur se positiva, la discriminazione comporta la penalizzazione di qualcun altro. E infatti i concorsi che dovessero, come accadeva un tempo, accordare automaticamente dei punti in più a candidati di etnia ispanica o daltonici, faccia lei, caro Trevisani, sono oggi ritenuti illegali. Va poi messo in conto che quote e discriminazioni positive hanno finito per creare malessere proprio fra i beneficiati di quei provvedimenti. E ciò in base al principio che uno deve riuscire nella vita per quel che è e non perché è di un certo sesso o colore di pelle. Il pensiero del «quotato» è all’incirca questo: se ho ottenuto un incarico perché una legge ha obbligato qualcuno a predermi in quota, si avrebbe il diritto di ritenermi un privilegiato, una specie di raccomandato. E nessuno mi apprezzerebbe per quel che valgo, per il mio talento e la mia professionalità. Ragionamento, sia detto fra parentesi, che non fa una grinza negli Stati Uniti, dove si ambisce al lavoro, non al posto. Ma che ne fa a bizzeffe da noi, dove avviene il contrario.
Quelli che poi sono saltati uno via l’altro sono i meccanismi giuridici che miravano a tutelare le donne dall’egemonia maschile nel campo del lavoro. E questo non per volontà di irsuti maschilisti o di collerici misogini, ma su insistenza delle stesse potenziali «quotate». Le quali, femministe in prima linea, non intendono essere ritenute specie protetta, come i Panda (per esse, i Panda sono caso mai gli uomini), né tanto meno destare il sospetto che abbiano ottenuto un incarico o un seggio al Congresso solo perché femmine. Pur di fugarlo, quel sospetto, un tipino come la senatrice Hillary Clinton sarebbe stata capace di andarsene in qualche clinica di Casablanca e cambiar sesso. Insomma, caro Trevisani, sembrerebbe proprio che le discriminazioni positive - e più che mai le quote - siano strumenti che non rispondono allo scopo per i quali erano stati, con le migliori e più nobili intenzioni, pensati. Certo, se l’elettorato femminile dovesse eleggere tutte le donne in lista nei vari partiti, e potrebbe farlo benissimo essendo in Italia preponderante, risulterebbe difficile minimizzare l’importanza e l’efficacia delle quote rosa. Ma l’elettorato femminile, almeno fino ad oggi, ha sempre privilegiato gli uomini o, comunque, non ha mai fatto troppa distinzione fra candidato e candidata. Qualcosa vorrà pur significare.
Paolo Granzotto