La quotidiana eleganza della poetessa del cinema

Sarebbe finalmente ora di far giustizia di un pregiudizio tenace quanto duro a morire. Ossia quello della pretesa ineleganza della Divina per antonomasia. A cui ora per fortuna provvede la bellissima mostra «Greta Garbo. Il mistero dello stile» che da domani fino al 4 aprile occupa l'intero primo piano del palazzo della Triennale in viale Alemagna 6. Un'esposizione (ingresso gratuito, catalogo edito da Skira) voluta e progettata da Stefania Ricci, direttrice del Museo Ferragamo di Firenze che, dopo il successo che ha accolto anni fa un'analoga rassegna dedicata ad Audrey Hepburn, ha fatto fuoco e fiamme coi musei di mezzo mondo nonché con gli eredi diretti della Sfinge Svedese per far giungere fino a noi gli splendidi costumi di scena della «poetessa del cinema» (come la definì Hemingway). Oltre agli abiti indossati in privato e alle calzature, dalla Garbo oculatamente scelte per accompagnare i modelli grazie al gusto sorvegliato e sottile del patron per eccellenza del piede femminile, ovvero Sua Maestà Salvatore Ferragamo. Che per lei, tra l'altro, creò un sandalo rosso fuoco allacciato alla caviglia ideale per le sue passeggiate solitarie sulla spiaggia di Malibu che l'icona immortale di Hollywood particolarmente apprezzò. Ma veniamo alla mostra. Sappiate dunque che prima di entrare in questo postumo santuario elevato a gloria imperitura della star, lei stessa ci accoglie in effigie in una meravigliosa posa una volta tanto sorridente. Dove, con un riso malizioso che le traluce dai bellissimi occhi sfoggia, a uso e consumo dei fan storici della moda, una candida camicia da uomo dai polsini avvitati strettissimi, che più che a una diva fan pensare alla bardatura di un cavallo da corsa. Dopo questo invito singolare quanto prezioso, eccoci subito nell'antro delle meraviglie. Davanti a noi, su un grande schermo diviso in quattro scomparti come nel Napoléon di Abel Gance, ecco Greta silenziosa e commossa guardare pensierosa gli invitati alla cena in onore della Tentatrice, il suo secondo film americano. Prima che, nella stessa pellicola, in veste da acrobata costellata di argentee paillette, due muscolosissimi clown sollevandola la portino in trionfo sull'arena sabbiosa del circo. E mentre le immagini in un delirante balletto meccanico ci trasportano sul set di Mata-Hari o sulla tolda dove, in spasmodica attesa di John Gilbert ucciso in duello, Cristina di Svezia contempla per l'ultima volta la terra natale, giù in basso a ridosso dello schermo le miracolose luci del grande Gigi Saccomandi nell'accurata impaginazione di un genio della scenografia come Maurizio Balò (insuperabili creatori dell'evento) spalancano davanti a noi le famose toilette. Ecco l'abito da passeggio di Anna Karenina quando all'ippodromo si appresta ad assistere alla corsa che vedrà trionfatore Fredric March ovvero l'amato conte Vronskij. Ecco il magnifico vestito con scollo ricamato creato per lei da Adrian per «La modella» ossia Inspiration, uno dei suoi film più famosi, ma ahinoi di più difficile reperibilità. Ecco il cappuccio che celava quel volto «fatto di neve e di solitudine», come lo definì Roland Barthes quando, in Miti d'Oggi, le dedicò un famoso tributo. Ecco l'abito scollato, da lei prescelto per il solo ruolo scanzonato - che purtroppo fu l'ultimo - della sua carriera: quello della gemella disinibita di se stessa che, in Non tradirmi con me, danzava la rumba tra i postumi della sbornia. Ma poi, e questo è il clou dell'incredibile rassegna dedicata a un perduto universo di immagini-simbolo, ecco schiudersi di fronte a noi l'incredibile. Come su una passerella tanto lunga da far pensare a uno dei fantasmagorici numeri di Busby Berkeley destinati a non finire mai, sfilano sotto i nostri occhi una due cento Garbo cui manca solo l'ironica aggiunta del suo indimenticabile viso. C'è un modello di Givenchy che la Garbo ammirò su una rivista premurandosi subito dopo, prima di acquistarlo, di conferire direttamente con lo stilista. Ci sono i celebri modelli confezionati apposta per lei dall'amica-nemica Valentina, campionessa della haute couture di New York, alla quale a un certo punto Greta sottrasse il marito, non perché ne fosse fisicamente attratta ma solo perché, come comunicò sbrigativamente alla moglie tradita, era il solo attaccapanni maschile che le ispirasse fiducia. Apparenze strane ed enigmatiche come colei che le ha possedute, questi mirabili esempi di un'eleganza frigida ed asettica quanto si vuole, ma a tratti capaci di stupirci vuoi per un accessorio inatteso vuoi per l’insolito taglio delle maniche, paiono animarsi sprigionando la più acuta delle nostalgie. Simbolo di un'epoca perduta che purtroppo, per colpa della cronologia, non ha avuto tra i suoi cantori il solo in grado di tesserne superbamente le lodi: Monsieur Marcel Proust.