Il quotidiano conta più di un blog

Ahi ahi ahi caro Granzotto, mi è cascato sul blog. Apprezzo molto la sua rubrica, stavolta però è incappato in diversi errori. Innanzitutto, il blog non è «nemmeno caro», ma proprio gratis. Io ho 33 blog (credo di aver battuto qualche record) e di soldi ne ho spesi zero, anzi ne ho guadagnati, per via della pubblicità. Poi, uno non spulcia 70 milioni di blog per sceglierne qualcuno in cui «postare», perché se il blog non gli appartiene, può al massimo commentare. Il «post», come dice lei, è «l’articolo». Ecco quindi che, allacciandomi a quello che dice Grillo, se uno dice una balla sul blog, riceve diversi commenti che di balla si tratta. «Avere tanto, ma tanto tempo» per gestire un blog non corrisponde al vero: per costruirne e gestirne uno ci vuol così poco tempo che difatti io ne gestisco 33. Come informazione, oggigiorno, non c’è niente di più vicino al «popolo» quanto i blog. Che sia un pro o un contro... Ai posteri l’ardua sentenza.

Non è il solo, sa, ad aver preso cappello per il mio scarso entusiasmo nei confronti dei blog. Pensi che dopo aver garbatamente contestato le mie affermazioni, l’amico Marcello Foa ha voluto ricordarmi che nel sito del Giornale compaiono, oltre al suo (Il cuore del mondo), altri cinque blog: quello di Andrea Tornielli (Sacri Palazzi), di Nicola Porro (Zuppa di Porro), di Maurizio Caverzan (Visioni), di Paolo Giordano (Soundchech) e di Gabriele Villa (Ferri corti). Uno più bello dell’altro, devo dire. Diversi lettori mi hanno segnalato blog definiti «strepitosi» ed anche «fantastici»: naturalmente credo loro sulla parola. E poi lo so da me - l’ho scritto e scripta manent - che se il novanta, novantotto per cento dei blog risulta essere, nella migliore delle ipotesi, futile e assai narcisista chiacchiericcio, il restante è costituito da bloggoni coi contro cosi, pieni di roba utile e stimolante. Altri lettori non hanno mancato d’ammonirmi che i giornali e il giornalismo sono out, sono kaputt e che non il futuro, ma il presente dell’informazione ha un solo nome: blog. Senza dire di coloro che con qualche sussiego sottolineavano come i blog siano insostituibili strumenti per, cito, «alimentare la democrazia globale», «rafforzare i valori condivisi» e «spezzare le catene della censura nell’informazione». Quindi lei, Marco (ma voi bloggisti, cognome niente, eh?), che di blog ne gestisce ben 33 e tutto da solo, tutto fatto in casa e a mano, deve ritenersi - ed io mi pregio di ritenerla - un benefattore dell’umanità.
Ciò detto, insisto. Insisto nel sostenere che tutto ciò che attiene a Internet è, per riflesso condizionato, per reazione pavloviana, esageratamente sopravalutato. E questo perché Internet è, per luogo comune, informazione e sapere globale (affermazione che si basa su un altro luogo comune: «In Internet c’è tutto». Bum!). I blog sono sicuramente una squisitezza intellettuale, ma trovo eccessivo ritenerli qualcosa di più d’un semplice strumento, uno dei tanti, per la circolazione delle idee. Non godono di particolare caratura democratica, non hanno la privativa dei corteggiatissimi àmbiti del «confronto» e della «condivisione». E non son nemmeno tanto sicuro che spazzeranno via i giornali, quelli tradizionali, intendo. Tant’è che per uscire dall’anonimato, dalla cerchia più o meno ristretta dei «visitatori» abituali, il blog - vedi il caso Grillo - deve irrompere sulla carta stampata. Sul caro, vecchio quotidiano. L’unico in grado di dare campo a qualcosa che eppure vanta, essendo «in rete», la proprietà di essere globalmente accessibile e universalmente visibile.