Il raìs condannato divide Usa ed Europa

da Washington

Delle tante ironie che abbondano a proposito di cose importanti e tristi è che l’ultimo scontro sulla pena di morte fra americani ed europei avvenga a proposito di Saddam Hussein. Non perché la ripugnanza e il divieto morale che il Vecchio Continente prova di fronte ad ogni prospettiva di esecuzione capitale non debba valere anche per lui. Il nostro «no» non riguarda la colpevolezza o l’innocenza, e tanto meno la personalità del condannato. La curiosità è che il dittatore iracheno abbattuto dalle armi americane non solo ha somministrato copiosamente la pena di morte ai suoi sudditi, innocenti e colpevoli, ma è nato, cresciuto e finirà i suoi giorni in un Paese, all’interno di una cultura, in cui la morte è una pena ovvia, mai messa in discussione.
Arcaico in tanti suoi aspetti, l’islam non può non esserlo a questo riguardo. E infatti la battaglia, lo «scontro di civiltà», non avviene fra cristiani e musulmani, bensì fra americani, che hanno definito la condanna di Saddam un «evento storico», e europei. E nasce da una incomprensione reciproca che è forse la caratteristica più evidente e «universale» di un Atlantico che da qualche tempo si fa sempre più largo. Due società derivate dagli stessi principi, dallo stesso ceppo culturale ed etnico, si dividono aspramente di fronte all’ultimo gesto della vita. Naturalmente non è sempre stato così. L’Europa è giustamente orgogliosa di avere messo al bando quello che noi sentiamo come «assassinio di Stato», però non lo ha fatto, come potrebbe sembrare, da secoli, ma da qualche decennio appena. Ancora a lungo dopo la Seconda guerra mondiale la forca regnava a Londra, la ghigliottina era sul menu a Parigi. Dei referendum popolari probabilmente la reintrodurrebbero in diversi Paesi europei. Ma questi referendum, per fortuna, non si faranno.
Perché l’America è una vera democrazia e i nostri Paesi no. In America prevale sempre la volontà popolare e da noi no. La miglior prova viene proprio dalla pena capitale, che la Corte Suprema di Washington «abolì» negli anni Settanta. Per la precisione la proibì dichiarandola incostituzionale come «cruel and inusual punishment», punizione crudele e inusuale. Vennero così annullate tutte le leggi che regolavano la pena capitale dei singoli Stati, il che non impedì che altre col tempo se ne facessero, in genere in seguito a referendum e comunque sempre a grande richiesta del pubblico; sicché si è tornati, tranne che in una dozzina di Stati, al punto di prima. L’élite illuminata, per il momento, ha perso e, anche se c’è qualche segno di un revirement dell’opinione pubblica, nulla fa pensare a un autentico rovesciamento di tendenza. E così accade che nelle organizzazioni internazionali gli Stati Uniti si trovino a fianco della Cina e dei Paesi islamici e sul fronte opposto a quello dell’Europa e dei «Paesi civili», a cominciare dalla Russia postcomunista, al punto che se l’America, per una surreale ipotesi, chiedesse domani di essere ammessa all’Unione Europea verrebbe respinta perché al di sotto dei nostri standard di civiltà e di umanità.
Ipotesi, paradossi. Ma non soltanto. Tutto o quasi ha una spiegazione. Certamente gli Stati Uniti non sono un Paese più incivile dei nostri, sicuramente il cittadino americano non è più cattivo di quello portoghese o lituano. E tuttavia su un tema per noi così centrale la spaccatura esiste, e nulla fa presagire un riavvicinamento. Un fattore è naturalmente, la contingenza della guerra, non solo di quella attuale contro il terrore. La guerra rende più digeribile la pena capitale anche per i civili. C’è semmai, più in profondo, l’eredità culturale protestante, calvinista, «evangelica» contrapposta alla cultura cattolica (anche se il braccio secolare del Vaticano ha abolito la pena di morte da pochi decenni). Il dio yankee è anche un dio vendicatore. Questo è il Paese che fra i suoi inni ha «Prega il Signore e porta le munizioni». E poi c’è un atteggiamento differente nei confronti della Pena in genere. A parità di reato una sentenza americana è almeno due volte più severa di una britannica o italiana. Noi crediamo ancora che il carcere serva a riabilitare il condannato, gli americani lo considerano, francamente, una punizione. Con qualche dettaglio per noi inaccettabile se non raccapricciante. Pochi mesi fa è venuto fuori che è pratica corrente che una detenuta che partorisce venga ammanettata durante le doglie.