«Il raìs non ci incanta, deve andarsene subito»

«Non lasceremo la piazza fino a quando Mubarak se ne sarà andato. Non in settembre, ora». È questa in breve la strategia della variegata opposizione che da giorni sfida il regime egiziano. A raccontare al Giornale quali saranno le prossime mosse dei manifestanti è George Ishak, ex sindacalista è il leader del movimento Kifaya, «basta» in arabo. Nel 2004 e 2005 il gruppo ha dato il via a una serie di proteste contro il regime, osando per primo chiedere la fine dell’era Mubarak. Oggi Ishak, seduto su un divano in pelle nell'ufficio di uno dei partiti dell'opposizione, nel centro del Cairo, dice di essere fiero di aver per primo aperto la porta al dissenso. Da fuori arrivano le urla dei sostenitori del rais Mubarak, che stanno marciando verso la piazza Tahrir: poco dopo si scontreranno con i manifestanti anti-regime.
Dopo il discorso di Mubarak, qual è ora la strategia dell'opposizione?
«Mubarak ha fatto un passo avanti annunciando che se ne andrà a settembre. Noi però vogliamo che cancelli le leggi di emergenza e dissolva il Parlamento. Vogliamo un nuovo governo con volti diversi. Nessuna delle nostre richieste ha ottenuto risposta. Non si ricandiderà. Bene, apprezzo il gesto: è anziano, è anche ora che vada a casa a giocare con i suoi nipotini. Adesso è game over. Insisto: non negozieremo con il vice presidente Omar Suleiman finché Mubarak non se ne andrà».
È vero che le forze della piazza stanno creando un comitato che unisca i movimenti?
«Sì, ci siamo appena incontrati e abbiamo deciso di chiedere uno sciopero generale domani».
Chi siete e chi è la guida?
«Ci sono membri di tutti i movimenti in piazza: il 6 Aprile, Kifaya, i sostenitori di Mohammed ElBaradei, al Ghad di Ayman Nour, i Fratelli musulmani... Siamo dieci rappresentanti e alla testa del comitato c’è ElBaradei. Dopo le elezioni parlamentari di novembre abbiamo formato anche un Parlamento ombra».
Che ruolo hanno avuto i giovani e internet in queste proteste?
«Con Kifaya siamo stati i primi ad aprire la porta alla trasformazione, sono felice di questo. E i giovani hanno portato un grande cambiamento. E il regime sa bene quanto importante sia il ruolo di internet, infatti lo ha bloccato. Questa è la più grande rivoluzione della storia egiziana: la maggior parte dei cittadini in piazza vuole riforme politiche».
La comunità internazionale teme che la rivolta porti alla formazione di un governo ostile che possa, per esempio, cancellare il trattato di pace con Israele.
«Dobbiamo ottenere elezioni libere, questa è la priorità. Non parliamo di una visione prima di votare. Parla dei Fratelli musulmani? Se ci fossero elezioni libere otterrebbero 20, 25 seggi. Il trattato? Anche Israele deve rispettarlo e non attaccare i nostri soldati a Rafah, sul confine. Ma non è ancora tempo di parlare di questo».