La rabbia dei dipendenti in corteo: "Così non si firma, meglio fallire"

Molti manifestanti con un cappio al collo
Fischiato il segretario della Cisl Bonanni.
Un lavoratore Atitech minaccia di darsi fuoco,
rinuncia dopo l’intervento dei sindacalisti<br />

da Roma

Da Fiumicino al centro di Roma la vertenza Alitalia vive il suo 11 settembre tra slogan, rabbia e cortei. Nello scalo romano dipendenti della compagnia di bandiera e della società di handling di Air One sfilano in corteo bloccando le partenze, poi si riuniscono in assemblea, provocando la cancellazione di decine di voli. Qualche chilometro più in là, mentre nelle stanze del ministero del Lavoro la trattativa cerca una difficile sintesi, altri lavoratori Alitalia si piazzano davanti al dicastero, in via Flavia. Molti ironizzano sulla «cordata italiana» mettendosi un cappio al collo. Lo slogan più gettonato è il più radicale: «Fallimento».
Ne fa le spese il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, salutato da fischi e insulti. «Venduto, non firmare, da qui non esci», gli gridano, e meno male che la polizia evita contatti troppo ravvicinati con i «presidianti». Le «sigle» del trasporto aereo ci sono tutte, le bandiere bianco-gialle del Cub, i vessilli di Sdl, Cigl e Ugl colorano il caldissimo - non solo per il sole impietoso - isolato di fronte al ministero. Saturo quando da Napoli arrivano i dipendenti Atitech, la società che si occupa della manutenzione per l’Alitalia. Tra due ali di carabinieri ci sono comandanti in divisa, hostess e steward, tecnici, operatori del call center, assistenti di volo precari. Tutti cercano indiscrezioni su «quello che succede dentro», nessuno è ottimista. «Francamente i sindacati rappresentano solo loro stessi. Meglio fallire, almeno con i libri in tribunale avremo chiarezza», sospira Donatella, occhiali scuri e maglia arancione con l’adesivo «Mobasta», acronimo del Movimento di base assistenti di volo stagionali Alitalia. «Noi precari - continua - siamo la “zona grigia” di questa vertenza, gli invisibili. Io lavoro da otto anni a singhiozzo: lo stipendio lordo, senza ore volate, è di 690 euro, e volando un bel po’ si arriva sui 1.800 euro, diarie comprese. Ma il sussidio di disoccupazione si calcola sul dato base, il che vuol dire che quando non lavoro prendo 400 euro. Ora la cordata propone di scendere a 1.400 euro omnicomprensivi. Ridurre l’Alitalia così è stato un delitto. Ma perché gli unici a essere castigati devono essere i dipendenti, e non i veri responsabili?». «Noi speriamo nel mantenimento del posto di lavoro», interviene Carmine, napoletano, tecnico Atitech a Capodichino. «Se devo fare il postino per me va bene. Ma per formare uno di noi ci vogliono dieci anni, e i corsi costano migliaia di euro: siamo una risorsa e non uno sperpero, perché esternalizzare la manutenzione?».
Intanto la tensione sale. Arrivano le prime voci sull’esito dei «tavoli», un delegato del Cub urla al megafono che sono a rischio 10mila posti di lavoro «vogliono far sottoscrivere l’azzeramento dei diritti e a queste condizioni non si firma», la folla comincia a urlare «fal-li-men-to». Una dissoluzione, più che una soluzione. Eppure anche i piloti sposano la linea dura. «La proposta della cordata è inaccettabile», spiega Aldo Leonzi, comandante da 20 anni, 14mila ore di volo alle spalle. «Sull’aumento di redditività siamo d’accordo. Ma a noi piloti è stato proposto un salario che è inferiore del 30 per cento a quelli che Ryanair riconosce ai suoi. È quello il termine di paragone per la nuova compagnia? Il costo del personale Alitalia incide sul bilancio solo per il 19 per cento, un dato molto inferiore rispetto agli altri vettori. Gli sperperi sono stati altrove. E se la legge Marzano viene modificata per escludere la responsabilità amministrativo-contabile dei vertici come si può non pensare male? Qui siamo ridotti a trattare con la pistola alla testa, e non è giusto». Poi il presidio si sposta in via Fornovo, filiale del ministero e sede delle trattative. Slogan da stadio, poliziotti in assetto antisommossa. E in una situazione già sufficientemente tesa, un dipendente Atitech si cosparge d’alcol minacciando di darsi fuoco. Scendono i sindacalisti per farlo recedere dall’intento. E la trattativa, almeno questa, va subito a buon fine.