La rabbia dei giornalisti afghani: «Avete abbandonato l’interprete»


Tutti festeggiano, giustamente, la liberazione dell’inviato di Repubblica, ma è giallo sulla sorte del suo interprete, Ajmal Naskhbandi. Potrebbe essere ancora in mano ai capi tribali che garantivano lo scambio di prigionieri, oppure nelle grinfie dei talebani che minacciano di sgozzarlo se verrà confermata dalla corte dei tagliagole islamici l’accusa di spionaggio nei suoi confronti. «Ho visto andare via libero anche Ajmal», ha detto Daniele Mastrogiacomo subito dopo il rilascio, riferendosi all’interprete con cui aveva già lavorato altre volte e che ha diviso con l’inviato di Repubblica l’odissea della prigionia. In effetti tutti e due sono stati consegnati agli anziani della provincia di Helmand, che garantivano la neutralità dello scambio di prigionieri, ma sono saliti su convogli diversi. Fino a ieri sera l’interprete afghano non era arrivato all’ospedale di Emergency di Laskhargah, dove attendevano tutti e due gli ostaggi.
La doccia fredda è giunta in contemporanea con la felice notizia della liberazione di Mastrogiacomo. I talebani hanno annunciato di essersi ripresi l’interprete e minacciano di ammazzarlo, come hanno fatto con l’autista del giornalista italiano, Said Agha, sgozzato e decapitato venerdì scorso. Nel pacchetto dello scambio doveva esserci anche Ajmal, ma Dadullah, il feroce capo bastone talebano che ha gestito con spietata scaltrezza il sequestro, non aveva alcuna intenzione di rilasciarlo.
Danish Karokhel, il direttore dell’agenzia stampa afghana Paihwok, che in questi giorni è sempre stato in contatto con il mullah privo di una gamba, ha lanciato l’allarme. «Dadullah ha detto che Ajmal è nelle loro mani e decideranno il suo destino una volta conclusa l’indagine sul suo conto - spiega Karokhel -. Sono contento per Daniele, ma la vita del nostro fratello afghano è in pericolo. Se non lo aiutiamo lo sgozzeranno».
L’accusa è di spionaggio, la stessa che è costata la testa all’autista di Nada Alì, dove Mastrogiacomo è stato rapito. Il fratello dell’autista, Mohammed Dawood, che aspetta ancora il cadavere del congiunto, ieri ha usato parole durissime parlando con Il Giornale: «Per uno straniero hanno liberato dei criminali (i cinque talebani dello scambio, ndr), ma nessuno si è preoccupato di mio fratello».
Quando si cominciava a festeggiare per la liberazione di Mastrogiacomo, il direttore di Paihwok urlava al telefono ai talebani che è una vergogna liberare uno straniero e minacciare di morte il suo interprete afghano. Dadullah alla fine ha dichiarato: «Non abbiamo ancora preso una decisone finale» sull’esecuzione. In serata la famiglia di Ajmal ha ricevuto una telefonata in cui alcuni amici di Kandahar pensavano che fosse ancora in mano ai capi tribali di Helmand. Quindi la sua sorte rimane appesa a un filo.
Gino Strada, fondatore di Emergency, ha assicurato che il problema sarà risolto in pochi giorni. In pratica le trattative continuano per liberare Ajmal e far rispettare i patti ai talebani, ma i giornalisti afghani sono sul piede di guerra. «Abbiamo lavorato tutti, nelle nostre possibilità, per favorire la liberazione di Daniele, spero che lo stesso sforzo sarà profuso per l’interprete afghano. Ci serve l’aiuto italiano per tirarlo fuori», spiega Karokhel. Oggi vuole convocare una conferenza stampa presso la sua agenzia, e ha già cominciato a contattare le associazioni dei giornalisti afghani per sollevare il caso. Le stesse che avevano lanciato appelli per la liberazione di Mastrogiacomo.
Il padre e il fratello di Ajmal sono arrivati trafelati nella sede di Paihwok appena hanno capito che il giornalista italiano era libero e Ajmal non telefonava a casa. Il padre ha perso una gamba su una mina, e assieme a Munir, il fratello dell’interprete, si sono chiusi nella stanza del direttore dell’agenzia afghana. «Mio fratello lavorava con l’italiano ed erano sulla stessa barca, condividevano lo stesso destino - ha sottolineato Munir con gli occhi lucidi -. Abbiamo bisogno dell’aiuto del vostro Paese per liberarlo. Altrimenti significa che il sangue afghano non vale niente».
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