La rabbia dell’Emilia: al congresso sarà battaglia

«I quattro di Roma decidono per tutti ma presto ci conteremo. Non c’è bisogno di Casini per sapere come passare a sinistra, qui la Margherita ci corteggia da sempre». Il caso Parma fa paura ai Poli

Stefano Filippi

Il menù di Parma è tradizionale e immutabile: tortelli, culatello, parmigiano e primizie di politica, la vera specialità. Dieci anni fa la città ducale partorì la prima lista civica con dentro il centrodestra, e la sinistra perse il sindaco. Quando si ricandidò, Elvio Ubaldi ignorò il fatto che a Roma governasse la Casa delle libertà e ripropose uno schieramento moderato con Forza Italia, Udc e la sua Civiltà parmigiana (che aveva fagocitato la Margherita, crollata dal 18,3 per cento al 7,5), escludendo Ds, An e Rifondazione. Trionfò.
Adesso che si prepara il dopo-Ubaldi, nelle cucine-laboratorio all’ombra della Pilotta si sperimenta un nuovo piatto: un impasto con gli avanzi della Margherita. Sono stati i rutelliani a proporre l’accordo a Civiltà parmigiana. La gente ha storto la bocca, sul sindaco sono piovute accuse di tradimento. L’operazione sarebbe un assist perfetto per Pier Ferdinando Casini e la sua nuova strategia: la dimostrazione che uno schieramento centrista, senza Lega e An e sottratto all’assolutismo berlusconiano, può calamitare consensi dal centrosinistra isolando le estreme e attirando i delusi del futuro Partito democratico.
Dall’utopia alla realtà: i resti della Margherita si sono spaccati, i Ds hanno preteso di essere della partita e da Roma hanno ordinato all’Ulivo parmigiano di restare unito. Addio sogni di gloria centrista, almeno per ora. Alla prova dei fatti, i vertici Udc si scontrano con l’autonomia limitata della Margherita e non evitano l’avvicinamento a sinistra. «Il punto è questo - spiega Romano Tribi, piacentino di Fiorenzuola e membro della direzione emiliana dell’Udc -: noi dobbiamo dare il segnale inequivocabile che siamo e resteremo totalmente alternativi alla sinistra. Ma i dubbi crescono. L’altro giorno il senatore Libè ha auspicato che anche a Piacenza si faccia come a Parma per l’elezione del sindaco: che cosa vuol dire? Trovare un moderato slegato dai partiti, oppure costituire una formazione di centro e far fuori Lega e An? I nostri elettori vogliono certezze. Che ora vacillano».
Tribi non è un oppositore di Casini, dà ragione al suo leader nel criticare la manifestazione di Roma: «Non ha senso annunciare spallate quando non puoi darle». Ma contesta ai vertici il mancato dibattito interno: «Mi sarebbe piaciuto conoscere la nuova linea in una riunione interna, invece sono costretto a rincorrere Ballarò e Vespa, cosa che non faccio quasi mai». Gli fa eco il riminese Marco Casadei, consigliere nazionale del partito: «Sono avvilito per il metodo, avrebbero dovuto convocare il consiglio nazionale prima di decidere uno strappo così. Almeno salvavano la faccia. Invece i quattro di Roma si svegliano, prendono il cappuccino e poi decidono tutto. Per fortuna il congresso è imminente, una volta tanto ci si conta, e speriamo di non vedere più battimani con il metronomo quando parla il capo».
Parole dure. Ma l’Emilia Romagna per l’Udc è zona di frontiera, la prima linea di combattimento con i battaglioni della sinistra, la trincea dove Casini è nato e cresciuto e che dovrebbe conoscere bene. «Invece la gente è arrabbiata e disamorata», protesta Aida Pellati, assessore del piccolo comune di Fanano, uno dei quattro in provincia di Modena non in mano ai Ds. «Sabato pomeriggio a un certo punto ho dovuto spegnere il telefonino, intasato da messaggi di protesta: il più tenero diceva di vergognarmi di non essere a Roma. Quando giro per il paese, mi dicono che non rinnoveranno più la tessera o che non ripeteranno l’errore di votare Udc. Mi chiedono cosa vuole Casini, cosa crede di fare, ironizzano che lui e Follini sono rimasti i soliti, vecchi democristiani pronti a saltare qua e là. Qui siamo corteggiatissimi dalla Margherita, pronta a farci ponti d’oro per prendersi le ultime realtà che gli sfuggono. Se volevamo passare con Prodi o i Ds, non avevamo bisogno che Casini ci insegnasse come si fa».
«La cosa che più dispiace è la brutta sensazione di perdere la nostra identità - aggiunge Tribi -. Ho visto Casini in tv apprezzare le liberalizzazioni di Bersani: ma non si rende conto che quel decreto è soltanto un favore alle coop e alle banche? Poi è stato attaccato da Giordano di Rifondazione sui temi della famiglia, e non ha ribattuto. Questa arrendevolezza sui principi e i valori mi ha dato molto fastidio». Aggiunge Casadei: «Possibile che in primavera, a 20 giorni dal voto, non fosse stata costituita una commissione su vita e famiglia? Nel nostro partito succedono cose allucinanti. Io parlo con tanta gente, di tutte le idee. Gli unici d’accordo con Casini sono elettori di sinistra. Qualcosa vorrà pur dire».
(3. Continua)