La rabbia dell'Eta negli occhi di un bambino

Matteo Sacchi

Sono ottocento i morti causati dall'Eta in cinquant'anni di terrorismo in Spagna. E migliaia i feriti. Soltanto quest'anno i dirigenti del gruppo terroristico e indipendentista hanno riconosciuto «la nostra diretta responsabilità nel causare dolore durante il nostro percorso, così come il nostro impegno a superare alla fine le conseguenze del conflitto e a non ripeterle». Questa è la contabilità del male. Descriverne le origini e capirne la quotidianità è un altro discorso. Lo scrittore che meglio ci è riuscito è proprio basco, anche se scrive in castigliano, e si chiama Fernando Aramburu. L'anno scorso è stato tradotto in italiano per i tipi di Guanda Patria, il romanzo in cui descrive e racchiude tutto il devastante e insensato percorso della lotta armata nel Pais Vasco. Ora invece arriva, sempre per i tipi di Guanda, Anni lenti. Questo romanzo, meno ponderoso di Patria e scritto prima (nel 2012), racconta un percorso più breve. Mette in scena la radice della violenza. E lo fa attraverso i ricordi di un bambino, ormai diventato adulto.

Siamo nella San Sebastián (che è davvero la città di Aramburu) della fine degli anni Sessanta e un bimbo di otto anni, Txiki, si trasferisce a vivere dagli zii. Passa dalla vita in campagna a quella di un quartiere operaio costruito in piena dittatura franchista. A fargli da mentore, dapprima riluttante e poi teneramente affezionato, è il cugino Julen, più grande di lui di qualche anno. Sono quelli, a San Sebastián e in tutta la Spagna, «anni lenti», sotto l'ombra dello Stato di polizia di un esausto generale Franco. Un vecchio stanco e imbolsito che saluta con la mano quando passa in parata per la città. In questo clima asfittico e stagnante, che Aramburu descrive alla perfezione, inizia a prendere corpo la rivolta.

E nasce negli oratori. Furono i preti nazionalisti a far studiare ai ragazzi il basco come fosse un nuovo latino, a portarli in montagna e a iniziarli alle attività clandestine. In un mondo paralizzato e dittatoriale la rivolta, invece di essere globalizzante e ideologica, guardò a un mitico passato basco che non c'era. Ma il risultato fu egualmente tragico. Come insegna la parabola di Julen che in breve precipita nella clandestinità. E poi, per salvarsi la vita, emigra in Sudamerica e da lì spedisce soldi a Txiki per tenerlo lontano dalla politica e farlo studiare. Non tutti furono così fortunati. Perché nell'Eta spesso i carnefici furono anche vittime.