Con rabbia e orgoglio in guerra contro l’Islam

La polemica per il «Fiorino d’oro», l’intervento al Social Forum di Firenze, il «no» alla moschea di Colle Val d’Elsa

Riccardo Mazzoni

«Mi sento come l’ultima medusa nell’oceano deserto». Nel pieno della sua guerra islamica, a cui ha sacrificato l’ultima parte della sua vita, Oriana ha avvertito con più consapevolezza di sempre il senso della smisurata solitudine che il destino riserba ai Grandi e agli eroi. E che Oriana appartenga al ristrettissimo Olimpo dei Grandi, nessuno può metterlo in dubbio. Mi scuserà la signora Fallaci se, ora che la morte ha avvolto la sua esile figura, mi permetto di chiamarla per nome, Oriana, varcando quella soglia confidenziale che mai ho osato superare in anni di lunghe telefonate, di incontri, di scambi epistolari, di frequenti sfuriate e di bonari rimproveri. Ho sempre considerato il “lei” la cifra del rispetto che si doveva, e si deve, a una donna che dopo un’intera vita spesa in prima linea per la libertà, nell’alba nera di questo nuovo millennio ha trovato la forza di illuminare le coscienze smarrite dell’Occidente. È stata dunque la solitudine la compagna fedele di Oriana Fallaci in questi ultimi anni terribili, insieme al cancro, quell’alieno che lei smise di curare, ma non di combattere, la mattina dell’11 settembre 2001, il giorno in cui gli aerei dell’apocalisse islamica scesero su New York e colpirono, insieme alle Torri Gemelle, la sua anima e la sua carne. Da quel giorno Oriana non ha mai smesso di scrivere, di lavorare ogni momento, abbarbicata alla scrivania o distesa sul suo letto di ammalata, di dedicare la sua esistenza alla missione di salvare la nostra civiltà, di metterci tutti in guardia, di raccontare la cruda verità su cos’è davvero l’Islam. Ne sono nati tre capolavori andati a ruba in tutto il mondo, nonostante il poderoso controfuoco di un’oligarchia culturale che contro la Fallaci ha messo in campo tutto il vecchio apparato leninista, soloni, attricette, nani e ballerine. E sepolcri imbiancati.
L’ho vista l’ultima volta a New York, nel febbraio scorso. Riccardo Nencini, presidente socialista del consiglio regionale toscano, aveva coraggiosamente deciso, sfidando il grigio conformismo del Granducato rosso, di conferirle la Medaglia d’oro del Consiglio Regionale, e Oriana mi chiese, anzi mi impose, di partecipare alla cerimonia che si sarebbe svolta nella sede del consolato italiano. Quando mi accolse nella sua villetta a tre piani vicino a Central Park, era di ottimo umore: il male che pure implacabilmente avanzava sembrava non averla scalfita, e il piccolo guscio di nervi e di genio che mi trovai di fronte era prodigiosamente vivo e vitale. Era come se la clessidra del tempo e della malattia si fosse improvvisamente fermata, come per un tacito patto. Il ruolo di vittima predestinata non le si attagliava per nulla: era convinta che la forza della mente, l’inestricabile e sconosciuto universo dell’intelligenza racchiuso nel cervello fosse stato il suo naturale vaccino anticancro. Anche se la morte aleggiava in quelle stanze ricolme di libri, come un convitato di pietra, e Oriana era orgogliosamente convinta che la sua morte simboleggiasse in qualche modo la sorte dell’intero Occidente. Nel discorso al consolato annunciò di star preparando una vignetta su Maometto, e la notizia fece il giro del mondo. Ma non ne sembrò felice. Anzi: il giorno dopo, prima del congedo, mi disse: «Ha visto? Io parlavo, parlavo di Occidente e d’Islam, ma era come se le parole cadessero nel vuoto. La gente non vuol capire, ha la testa altrove. Perché?». Quella domanda rimase sospesa sulla porta della villetta newyorkese, in una gelida mattinata d’inverno con le ordinate montagnole di neve ai lati delle strade e la galaverna che ornava alberi, davanzali e ringhiere. Oriana era stata una perfetta, amorevole padrona di casa ed era stata incredibilmente affettuosa anche la prima volta che l’avevo incontrata, nella casa di famiglia arrampicata su un poggiolo del Chianti, subito sopra Greve. «Io so scegliermi gli amici», sentenziò convinta. Mi accorsi subito che un monumento della letturatura, quale lei era, poteva intimorirti coi suoi occhi di ghiaccio, ma metterti anche a tuo agio con disarmante semplicità. Perché Oriana, intrattabile quando era immersa nella trance del lavoro, sapeva diventare affabilissima davanti a un drink (i vini dolci erano la sua passione), fumando gli inseparabili sigaretti americani, i Virginia Circles.
Con Oriana Fallaci ero entrato in contatto nell’estate di quattro anni fa, alla vigilia del «Social Forum» di Firenze. Le chiesi una mano, con un biglietto di poche righe, per fermare quella che mi sembrava una follia assoluta. Portare i «no global» a Firenze era l’irresponsabile azzardo di un Governatore in carriera e di una sinistra che alimentava i suoi vetusti rituali tentando l’innesto del pacifismo antiamericano nel suo tradizionale tronco comunista. Oriana mi rispose, e fu una grande e bellissima sorpresa. Mi incoraggiò ad andare avanti, sulle pagine toscane del Giornale, a non dar tregua a chi voleva aprire le porte della sua città ai nuovi lanzichenecchi. Lei combatté da par suo strapazzando per telefono Fassino e Pisanu («Più sono importanti e più mi diverto a maltrattarli» diceva), e quando il «Social Forum» passò sulla culla dell’arte come una piena fortunatamente innocua, grazie a una sorta di coprifuoco mascherato imposto dal prefetto Serra, e grazie al servizio d’ordine della Cgil, che aveva mobilitato i portuali di Livorno, Oriana mi convocò nel rifugio che il prefetto le aveva trovato nel cuore di Firenze, vicino a via Tornabuoni. «Le va di farmi un’intervista per Panorama?». La Fallaci era stata il bersaglio preferito del «Social Forum». Una penosa imitatrice aveva perfino trovato il coraggio di pronunciare un’odiosa battuta sul cancro della scrittrice, mentre l’ex repubblichino Dario Fo si era rabbiosamente accanito contro di lei in piazza Santa Croce. Qualcuno propose addirittura di bruciare La Rabbia e l’Orgoglio, come nella Berlino nazista degli anni Trenta. Più che indignazione, Oriana provava dolore, un dolore acuto per se stessa e la sua storia di adolescente staffetta partigiana, per suo padre torturato dai nazifascisti, per la famiglia Fallaci simbolo della lotta per la libertà.
Mi presentai una domenica mattina col computer portatile per quella che sarebbe stata non un’intervista, ma un’avventura. Fu riscritta una dozzina di volte: Oriana aveva un’autentica venerazione per la lingua italiana, ogni parola veniva sistematicamente vagliata, ogni frase ponderata a lungo. Il linguaggio doveva essere asciutto e tagliente, una parola non poteva essere mai ripetuta nelle quindici righe seguenti. Fu un lavoro massacrante, un parto cesareo. Finimmo il mercoledì pomeriggio, con le rotative di Panorama pronte da ore a girare ma ferme ad aspettare noi. Ma fu, anche, la gratificazione più grande della mia vita professionale. Una lezione sublime. Liquidata l’intervista, Oriana improvvisamente cambiò umore e mi suggerì con voce soave: «E ora mi offra una cena in una trattoria fiorentina, me la sono meritata o no?». Certo che se l’era meritata, ma le complicazioni erano in agguato: la Fallaci non voleva mai incontrare nessuno, la privacy era la sua ossessione («Me ne sto sempre rinchiusa e dicono che sono un’esibizionista, di me non hanno proprio capito nulla» sospirava spesso). Ci ospitò Pinchiorri, nella sua storica Enoteca, e fu una serata memorabile.
Parlare con Oriana, o meglio, sentirla parlare, era come ascoltare un libro aperto: scandiva parole, frasi e concetti come sentenze inappellabili. I racconti della sua vita, ben piantati nella storia perché lei la storia del secolo breve, dalla seconda guerra mondiale in poi, l’aveva vissuta in prima persona, a volte si ammantavano di aneddoti sicuramente reali ma che avevano anche il sapore della leggenda. Come l’intervista a Khomeini, il primo monumento della rinascita islamica, descritta nei conversari sempre con lo scrupolo cronistico e col rigore della giornalista di razza. La Fallaci rifiutò di presentarsi col burqa al cospetto del vecchio ayatollah, e ne nacque quasi un caso diplomatico, risolto in qualche ora grazie all’intervento del figlio di Khomeini. E quando Oriana si presentò al cospetto del gran capo dell’Islam, urlò subito alla sua maniera tutta l’indignazione di donna e di occidentale contro l’obbligo del burqa imposto alle islamiche. Seguì qualche momento di silenzio, e poi l’ayatollah scoppiò, inaspettatamente, in una risata irrefrenabile. Era molto compiaciuta, Oriana, quando ricordava questo episodio, perché quella fu la prima volta, e forse l’unica, che il figlio – glielo confidò lui stesso – aveva visto Khomeini ridere. Le grandi interviste della Fallaci hanno fatto epoca, ma non tutte le ricordava volentieri. Come quella a «quel mascalzone di Arafat, affamatore del popolo palestinese». Era implacabile, Oriana, con i nemici della libertà.
Due anni fa, all’inizio di giugno, nel primo pomeriggio squillò il telefonino: era lei, ma non voleva sapere le ultime notizie come faceva quasi ogni giorno quando si svegliava a New York, ma farmi una richiesta che mi gelò: «Vorrei festeggiare il mio compleanno in Versilia, a fine mese, perché questo sarà il mio ultimo compleanno». Balbettai qualcosa, «Ma cosa dice signora?», però fu impossibile replicarle, «Perché sto parlando della mia morte», mi disse, «E io la conosco, lei no». L’aspettai al Principe di Piemonte, sul lungomare di Viareggio, e lei arrivò scortata dai carabinieri, «i miei angeli custodi». Adorava l’Arma, Oriana, la considerava l’unica istituzione credibile rimasta in piedi in Italia dopo il Risorgimento, e nei periodi in cui soggiornava a Greve portava di persona la cena ai «poveri militari» costretti a vegliare sulla sua sicurezza. «Mi dicono tutti che non possono accettare, ma io li obbligo a mangiare, perché lì comando io».
L’ultima volta in Versilia c’era stata qualche anno dopo la guerra, ospite nella villa di Malaparte, grande amico dell’amatissimo zio Bruno. Ricordava perfettamente il posto e rimase seccatissima quando constatò che la sua bella stanzetta era diventata una camera d’albergo. L’aria di mare però sembrava rigenerarla. La sera volle gustare una paranza di mare, di cui era ghiottissima. Anche quella cena fu memorabile, sotto le stelle, al bagno Roma di Levante di Forte dei Marmi, insieme a Gherardo Guidi e alla signora Carla. Era scintillante, Oriana, sprizzava vita nel giorno in cui pure aveva pronosticato, ma solo per scaramanzia, ne sono certo, il trionfo della morte su di lei. Parlò tutta la sera, come un oracolo, della sorte dell’Occidente, dell’ombra del minareto di Colle Val d’Elsa che si sarebbe presto stagliata sul suo amato Chianti, dei nostri politici ciechi e imbelli che stavano spalancando le porte alle madrasse dell’odio e agli imam dell’integralismo islamico. Non si stancava mai di predicare, anche se detestava le prediche, lei atea che poi, divenuta atea cristiana, non avrebbe più nascosto ammirazione e stima nei confronti di Papa Ratzinger, il Pontefice del risveglio cristiano.
I milioni di libri venduti non bastavano a lenire la solitudine di questa grande donna, autentica icona di libertà, che in nome della libertà prima combatté i nazifascisti e poi, nel luminoso crepuscolo della sua vita, il rinascente nazismo islamico, «perché nessuno di questi ignoranti che mi contestano ha studiato la storia, altrimenti saprebbero che il Gran Muftì di Gerusalemme, zio di Arafat, era alleato di Hitler». E il senso di solitudine si acuiva quando Oriana parlava della «sua» Firenze, di cui conosceva a memoria ogni angolo, ogni bellezza, ogni opera d’arte: «Il profilo del Ponte Vecchio è lo specchio della nostra civiltà», mi diceva, «E guardi in che mani è finita ora Firenze». Quella Firenze che non le ha assegnato neppure il Fiorino d’oro, aprendo invece le sue piazze ai bivacchi dei «no global», i tristi epigoni della disfatta comunista riciclati nel pacifismo antiamericano. Anche se lei, il Fiorino «da questi qui» non lo avrebbe mai accettato. Fu invece grata al sindaco di Milano Albertini e al giovane consigliere Salvini, quando le conferirono l’Ambrogino d’oro, quasi un anno fa. Mi chiese per favore, ma per me fu un onore, di ritirarlo per lei, e quel sette dicembre scoprii tutto l’amore e la gratitudine che Milano, la Milano del popolo, provava per Oriana. Ne fu felice. Poi è arrivato il 2006, l’anno della morte, e solo ora capisco che mi volle a New York in quei giorni di febbraio per dirmi addio, sulla soglia di casa, fra gli arabeschi di neve. Sapeva che la sua clessidra era vicina alla fine. Proprio a settembre, cinque anni dopo le Torri Gemelle.
Ora che non c’è più, la sua solitudine diventa nostra, perché abbiamo perso il simbolo più alto di una battaglia di civiltà che noi e i nostri figli siamo e saremo chiamati a combattere con rabbia e orgoglio. Con la forza della ragione. Ma senza di lei, ne saremo capaci?