Rabbia e paura, Londra sotto choc E gli autisti si rifiutano di guidare

Fuggi fuggi tra i passeggeri del metrò: «È assurdo vivere in un mondo così». Panico per un pacco sospetto a St. Paul

Gabriele Villa

nostro inviato a Londra

Fear, quattro lettere sibilate appena. Quasi ci si vergognasse ad avere paura. Quasi ci si vergognasse di essere ripiombati di colpo indietro di due settimane, a quella mattina di giovedì 7 luglio, quando le quattro bombe di Al Qaida misero in ginocchio una Londra sorpresa nell’ora di punta nel metro e nei double-deck. Un incubo che con un po’ d’orgoglio e il solito low profile Londra pensava di essersi già lasciato alle spalle. E invece. Invece fear, paura. La leggi negli occhi di Jim Coltrane, 27 anni, che ha lasciato i suoi acquerelli per terra, ha buttato all’aria i gessetti ed è schizzato via, lontano. Il più lontano possibile da Sheperd’s Bush, snodo cruciale di un metrò che porta la gente dalla Great London, e improvvisamente candidato in un pomeriggio di straordinaria normalità a diventare il cimitero del nuovo progetto di follia omicida.
Eppure il fil di fumo di quel perossido d’azodo, che non ha innescato giusto per un soffio un’altra scia di morte, brucia negli occhi e nella testa. E fa paura. Fa rabbia. Fa correre con le scarpe in mano a Sheperd’s Bush come a Ovan, come a Warren Street. Era arrivato da pochi minuti Jim, mezz’ora di gitarella in metrò da Cheyne walk, il quartiere degli artisti dove l’anno scorso ha trovato casa, anzi, come lui continua a ripetere, ha «vinto una nuova casa». Da Ramsgate, nel Kent, per cercare un gallerista disposto ad accogliere i suoi quadri qui nella City. Ha gli occhi sgranati Jim. Vorrebbe continuare a correre, come la gente che attorno a lui continua a correre. Senza voltarsi indietro. Senza trovare il coraggio di voltarsi indietro. Ma non ha più fiato. O forse la paura gli ha concesso una tregua, per lasciar spazio alla rabbia: «Che bastardi, è assurdo, impossibile vivere in un mondo così. Impossibile convivere con la vigliaccheria di qualcuno che può essere il tuo vicino di casa, il tuo collega di lavoro».
Rabbia e paura. Paura e rabbia anche a Warren Street, l’altro luogo candidato a una strage mancata dove Marta Bitty, 44 anni, commessa in un outlet, la sua paura l’aveva finalmente vinta dopo dieci giorni. Ed era tornata a prendere il metrò, anche se, ammette, «guardandomi continuamente attorno, per cercare di indovinare i pensieri di chi mi sedeva accanto». Le trema la voce mentre se ne sta rannicchiata sul marciapiede con le scarpe in mano. Come la ragazza con la maschera di garza, la fotografia-simbolo del terrore di due settimane che ha fatto il giro del mondo. «Stavo scendendo le scale della stazione, quando improvvisamente tutti si sono girati e hanno cominciato a correre nel senso opposto», racconta Jimmy Dorsey , 33 anni, londinese Kensington. «Ho intuito e mi sono girato anch’io e ho cominciato a correre senza sapere dove andavo, ho seguito la folla. Tutti spingevano e c’era odore di fumo, mentre la polizia scendeva con i cani antibomba verso il punto da cui tutti stavano scappando. In fuga. Con le scarpe in mano e i fazzoletti sulla bocca per non rimanere intossicati da qualcosa che non si sa esattamente cosa sia.
Si chiudono le linee di Victoria, Piccadilly, Hamestead. E Londra, in un pomeriggio di straordinaria normalità, ripiomba nel caos. Ad angoscia si somma angoscia quando la polizia, che già aveva isolato la stazione di Warren Street, blocca Tottenham Court Road, la direttrice lungo la quale si trova la fermata e che collega l’inizio di Oxford Street con Euston Square. È una delle arterie principali del centro di Londra, e il traffico ora deviato intasa la vicina Russel Square costringendo i passeggeri degli autobus bloccati nelle lunghe code a scendere e a proseguire a piedi. Proprio come due settimane fa. Per questo, e non solo per questo motivo, alcuni macchinisti della metropolitana di Londra decidono di fermarsi. «Perché non si può andare avanti così. Senza pace né tranquillità né sicurezza».
Nemmeno il tempo di capire, di fare bilanci, ed è di nuovo panico dentro e attorno alla Cattedrale di St Paul per un pacco sospetto. E fino a notte fonda, in una Londra che non se la sente di prender sonno, le segnalazioni d’allarme si moltiplicano mandando in tilt i centralini della polizia.