Rabbia e paura: le notti di orrore nelle banlieue

Marcello Foa

nostro inviato a Parigi

Eccoli, i casseur. Sono tre, indossano jeans, scarpe da tennis e la felpa con il cappuccio. Nulla li distingue tra i tanti giovani di Aulnay-sous-Bois, uno dei quartieri più difficili alle porte di Parigi. Nulla, se non l'atteggiamento. Appena vedono i lampeggianti blu di un'auto della polizia i tre si arrampicano sul terrapieno che costeggia la strada e spariscono tra le siepi.
Gli agenti non si sono nemmeno accorti di loro. Quegli agenti che sabato notte sono stati dispiegati in gran numero (duemilatrecento), perché Sarkozy voleva dimostrare di aver ripreso il controllo del territorio. In cielo volteggia un elicottero, che con un faro perlustra i parcheggi. A ogni crocevia un posto di blocco. Quando ti fermano, ti chiedono un documento e soprattutto ti controllano le mani, per verificare se puzzano di benzina. Per tre ore, in quei quartieri maledetti, l'operazione sembra riuscire. Da Aulnay ci spostiamo a Sevran poi a Clichy-sous-Bois. Tutto tranquillo, nessuno per strada se non quei padri di famiglia che pattugliano i propri rioni. Alla decima notte di violenze compaiono le ronde; per dare una mano ai poliziotti, per difendere le auto dai piromani. Alcuni sono armati, altri no, si accontentano del cellulare su cui hanno memorizzato il numero della polizia.
Poi, improvvisamente, due auto civetta ci sorpassano, a sirene spiegate. È il segnale che qualcosa è successo. Sono dirette a sud ed è una sorpresa. Imboccano la superstrada che porta verso Marne La Vallée, una zona tranquilla, abitata dalla piccola e media borghesia. Dopo dieci minuti la radio conferma: prime auto bruciate. Poi è un crescendo: vetture in fiamme nel centro di Parigi, vicino a Place de la Republique, una palestra in fiamme a Noisy-le-Grand. E allora diventa tutto chiaro. La polizia presidia i quartieri difficili? Loro, i casseur colpiscono nelle zone considerate poco a rischio. Noisy-le-Grand è a qualche chilometro da Clichy. Giriamo l'auto e in mezz'ora la raggiungiamo. Sul posto, l'orrore. Quella non è una palestra, ma uno dei più grandi e moderni centri sportivi chiusi della regione. I pompieri stanno spegnendo le ultime fiamme. Il guardiano, che vive in un appartamento adiacente, ha avuto appena il tempo di salvare la moglie e la figlia di un anno. La palestra è un cumulo di macerie, restano in piedi solo le strutture portanti.
«I teppisti erano almeno una decina e ben organizzati», ci racconta, in lacrime, una ragazza che abita nel condominio vicino. «Sono entrati senza far rumore e hanno appiccato il fuoco, probabilmente in più punti, ai materassini in pvc e agli attrezzi in legno». All'inizio nessuno si è accorto delle fiamme e quando finalmente qualcuno ha chiamato i pompieri quei teppisti si sono divisi in due gruppi. «Alcuni hanno cominciato a spaccare con mazze e catene i parabrezza delle auto sul retro dell'immobile. Erano colpi secchi, sembravano pallonate contro i tabelloni di basket», continua Miriam. Un diversivo, per costringere gli agenti a rincorrerli allontanandoli dal luogo del disastro. L'altro gruppo era appostato lungo la strada. «Hanno preso i pompieri a sassate», spiega Sebastian. Un agguato, per ritardare lo spegnimento delle fiamme. Tutti i casseur sono riusciti a scappare a riprova che conoscevano bene quella zona. Gente del posto? Improbabile. «Non distruggi la palestra frequentata dalle tue sorelline», spiega una ragazza di colore.
Molti pensano che il blitz sia stato condotto da bande provenienti da due quartieri a rischio, Pont Neuf e Champy, non lontano da qui. E, alla decima notte di disordini, emerge il loro indetikit: più che giovani disagiati sono professionisti della delinquenza, teppisti incalliti in grado di reclutare qualche adolescente facilmente suggestionabile. Un signore di mezza età si avvicina: «Sarkozy ha ragione, c'è una centrale del terrore», sentenzia. Ma l'impressione è che i gruppi, benché spinti dalla stessa motivazione (umiliare lo Stato e dare una lezione a Sarkozy, il provocatore), agiscano in modo autonomo. Non hanno leader, né piani politici, né ideologia. Spaccare tutto è il loro unico credo.
E poco importa se a pagare è soprattutto la povera gente, come Ahmed, un nero di 23 anni che, accompagnato dalla fidanzata, osserva sconsolato la carcassa della sua auto: «Per comprarmela avevo fatto sacrifici per tre anni. Sono sconvolto, dentro mi sento spezzato. Ma perché tutto questo? Perché non se la prendono direttamente con il governo?». «Sono dei vigliacchi», si sfoga, lì vicino, Julien. Anche la sua vettura è tra le 15 annerite a Noisy-le Grand. Per lui il dramma è doppio. «Sono disoccupato e la mia Renault era indispensabile per cercare lavoro nei dintorni della capitale. Ora, come faccio?», si dispera.
Sono le due del mattino, stiamo per andarcene quando si avvicina, Rajiv, un indiano emigrato in Francia 25 anni fa. «Alla fine questa stupida violenza non farà che alimentare il razzismo conto i neri, gli arabi, i meticci. E a rimetterci saremo noi, gli stranieri onesti, che lavorano sodo e rispettano la legge». La sua voce è colma di tristezza.
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