Rabbia di un’imprenditrice Ma perché le banche non fanno più prestiti?

Buongiorno direttore,
Sono una piccola imprenditrice che lavora nell'azienda di famiglia fondata 45 anni fa da mio padre, tuttora in attività. Ci occupiamo di commercializzazione di prodotti per l'automazione industriale, alta tecnologia per l'industria italiana. Volevo denunciare il fatto accaduto in azienda quando un funzionario di una grande banca italiana durante una riunione per la revisione dei fidi, considerata la situazione di estrema crisi in cui ci troviamo, (l'anno scorso a quest'ora avevamo un fatturato record, ora dimezzato!) ci ha intimato di intervenire con patrimoni personali in modo da poter concederci gli affidamenti fino ad oggi esistenti (con tassi ai limiti dell'usura intorno all'8%). Mio padre quest'anno compie 70 anni e ha dedicato tutta la sua vita a questa azienda, immettendo tutti i suoi capitali (forse sbagliando ma con grande entusiasmo) nella nostra azienda. Ha una casa di proprietà, noi tre figli stiamo pagando con grande fatica tre mutui. Nulla più. Un tempo eravamo una famiglia benestante (casa mare e monti e molti benefit!), ora dobbiamo fare i conti per arrivare a fine mese. Il mio compenso come amministratore attivo della società è di 2000 euro al mese (meno delle mie segretarie). Capisco che gli interessi in gioco sono al di là della mia immaginazione, ma noi abbiamo lavorato sodo per tutta la vita, per noi e per il nostro Paese, e perlomeno meritiamo un po' di rispetto e riconoscenza per aver costruito l'Italia in tutti questi anni. Scusi lo sfogo, ma la situazione sta veramente precipitando e io credo che lei abbia il potere e l'onestà per raccontare la situazione in cui si trova la nostra economia reale, non quella dell'aria fritta della finanza.

Il mio rapporto con le banche si ferma più o meno al bancomat. Quello che mi scrive, però, non mi sorprende. Lo sento raccontare in giro, da tanti piccoli imprenditori, da commercianti e artigiani. Molti di loro leggono questo giornale, lo considerano un punto di riferimento. Ci scrivono, ci telefonano e denunciano questa paura che circonda le banche. È questo il grande rischio della crisi americana, quella che ci è piombata addosso come un castello di carte taroccate. Le banche, lo abbiamo scritto spesso, non devono tirarsi indietro. Non possono. È una beffa. Togliere aria e credito alle imprese significa far cadere tutta l’economia reale in un circolo di disperazione e sfiducia. Se le banche non fanno le banche gli imprenditori si arrendono, i lavoratori perdono il lavoro, le famiglie non comprano, la paura vince su tutto. Noi, mi creda, non siamo degli inguaribili ottimisti. Non abbiamo mai scritto: tutto va bene. Abbiamo solo cercato di non cadere nel gioco, un po’ masochista, degli apocalittici, di chi ogni giorno annuncia la fine del mondo. Questo giornale sta dalla parte di chi si rimbocca le maniche, di chi ogni mattina va al lavoro, scommettendo su se stesso, sulle proprie qualità, sulla fatica e sul sudore. Non ci piace chi si tira indietro, chi trova scuse, chi gioca di rimessa. Le banche che si tirano indietro non fanno il loro mestiere. In bocca al lupo. Io sto dalla sua parte.