Rabbia, proteste e repressione La Cina festeggia le Olimpiadi

Fuochi d'artificio, luminarie, tradizionali danze del leone, moderni balletti, un centinaio di pop-star a cantare l'inno composto per l'occasione, «Noi siamo pronti». Con grandiosi festeggiamenti sulla piazza Tienanmen per i diecimila ospiti d'onore, altre decine di migliaia accuratamente selezionati, centinaia di milioni davanti alla Tv, in una serata condotta da presentatori in smoking e splendide presentatrici in abito lungo e alti spacchi sulle gambe, Pechino ha dato il via ieri sera al count-down dell'apertura fra un anno delle Olimpiadi, considerate come coronamento della modernizzazione e del successo economico e politico. È stato un trionfo del numero 8, il più fortunato nella numerologia nazionale, scandito da un grande orologio elettronico: conteggio cominciato alle 8.08 del giorno 8 del mese 8, verso il giorno di apertura dei Giochi, l'8 del mese 8 del 2008.
Ma con il conto alla rovescia la Cina scopre anche il lato sgradito di un palcoscenico internazionale che essa stessa ha voluto aggiudicandosi le Olimpiadi: le luci sugli aspetti oscuri del suo sviluppo, i riflettori del mondo sulle violazioni dei diritti umani, sul sistema autoritario, le repressioni in Tibet, gli stretti rapporti con dittatorelli ricchi di petrolio. Per la festa erano pronti anche attivisti di organizzazioni internazionali giunti a Pechino per denunciare tutto ciò, richiamandosi alle Olimpiadi come grande opportunità non solo sportiva, ma anche di libertà, in primo luogo nel Paese ospitante. Ogni loro tentativo di manifestare è stato tempestivamente represso. Il sistema punta al successo nell'ordine assoluto, teme la minima manifestazione anche di stranieri, nel timore che essa possa essere contagiosa e incoraggiare il sotterraneo, benché minoritario, dissenso interno. Sul grande palco della Tienanmen abiti sexy e smoking, impensabile in un regime comunista: ma la piazza era anche dominata, come sempre, dal ritratto di Mao sull'ingresso della Città Proibita.
Lunedì esponenti di «Reporter senza Frontiere» sono stati fermati dopo una conferenza stampa per denunciare la mancanza di libertà d'espressione; con loro fermati anche i giornalisti stranieri che vi avevano partecipato. Stessa sorte martedì per sei giovani canadesi, americani, inglesi, riusciti in un'impresa audace: sulla Grande Muraglia, potente espressione della coscienza collettiva, davanti a migliaia di turisti cinesi hanno affisso uno striscione di 42 metri quadrati per la libertà del Tibet. In inglese e in cinese, vi era scritto: «Un mondo, un sogno», slogan ufficiale per le Olimpiadi, ma con l'aggiunta «Libertà per il Tibet». È rimasto esposto per un paio d'ore prima che la polizia lo strappasse arrestando i giovani. Ieri sono stati arrestati altri due militanti per il Tibet, una canadese e un inglese che avevano aperto su Internet un blog auspicando «sollevamento globale» per la causa di liberazione.
Vengono allo scoperto anche dissidenti interni. La fondatrice di «Madri di piazza Tienanmen», Ding Zilin, 74 anni, già docente universitaria, che ha perso un figlio nella repressione del giugno 1989, ha diffuso una lettera aperta alle autorità per la liberazione dei detenuti per reati di opinione, firmata da 40 personalità: tra loro lo scrittore cristiano Yu Jie, l'animatore del «movimento degli avvocati», Teng Biao, che si batte a colpi di legalità contro i soprusi del potere, la scrittrice Dai Qing, che ha passato due anni in prigione quale animatrice delle proteste del 1989. Anch'essi propongono lo slogan ufficiale con un'aggiunta: «Un mondo, un sogno, diritti umani universali». Tra le richieste, quella di adeguato indennizzo per gli espropri legati a opere per i Giochi. Col boom edilizio Pechino è da anni stravolta, con interi vecchi quartieri abbattuti per far posto ai grattacieli e ai nuovi impianti sportivi: migliaia di famiglie sono state sfrattate con esigui indennizzi.
A Washington otto senatori repubblicani hanno presentato una mozione per il boicottaggio delle Olimpiadi, affermando che, come nel 1936 a Berlino, legittimano un regime autoritario. E da New York il Comitato per la protezione dei giornalisti denuncia la mancanza di libertà di stampa, esprimendo preoccupazioni per la copertura dei Giochi.