Rabbia, violenza e morte nel dramma dell’amor filiale

Il padre di famiglia è il grande assente dagli schermi italiani da mezzo secolo, cioè da quando morì Pio XII, che teneva - insieme a Giulio Andreotti - a questa figura essenziale. Tuttora, raramente, nei film italiani compare il padre: quasi sempre è un padre solo carnale; quasi sempre è un padre solo mascalzone.
Tocca a Gabriele Salvatores con Come Dio comanda, ispirato dal romanzo di Nicolò Ammaniti, escogitare una versione contemporanea e teneramente disperata della paternità. Filippo Timi, questo padre così fragile e così violento, riesce a preservare il suo personaggio da facili sconfinamenti nel grottesco. Per farlo ci vuole bravura e anche coraggio: un tipico attore salvatoresiano come Claudio Bisio avrebbe rifiutato questo ruolo, visto che dice di non sopportare ruoli di «fascisti»... Cervi e Tognazzi, Volonté e Salerno, che li accettavano erano dunque cattivi cittadini?
Si diceva che ci vuole bravura e ci vuole coraggio per rendere con dignità un padre che beve (pazienza, al giorno d’oggi pare poco) e insegna al figlio che la miglior difesa è l’attacco (e questo pare grave in un mondo che chiama eroi solo le vittime) e che - impudenza! - ha dipinto sulla parete della camera da letto una grande svastica...
Siamo da qualche parte nel Piemonte più subalpino, in una di quelle aree di provincia dove ormai ognuno è benestante, ma nessuno sta bene. Scorre il fiume in un autunno di piogge altrettanto fluviali, acque che non raffreddano la follia che cova nella testa di uno dei rari diseredati locali (Elio Germano), il quale ha un solo amico, l’emarginato padre impersonato da Timi, unico legame con la normalità che gli rimane. Ma quando uno stupro si risolve in omicidio, il diseredato non vuol pagare, a costo di togliere di mezzo chi l’ha aiutato. Qui s’innesta il dramma nel dramma dell’amor filiale, con Fabio De Luigi fra il bonario e il diessino nel delineare l’assistente sociale più buonista che buono.
Se di Timi si sapeva che era bravo; se di Germano si è detto troppo che lo è e lui ha finito col crederlo, la rivelazione del film è l’esordiente quindicenne Alvaro Caleca, che rende bene la solitudine della prima adolescenza e la disperazione di aver dubitato del padre.