Raccogliamo le firme per mandare a casa Fini

<em>Il Giornale</em> lancia una raccolta firme per sollecitare le dimissioni del presidente della Camera. Già raccolte le prime adesioni: Daniela Santanchè, Giorgio Stracquadanio e Francesco Storace. <strong><a href="/web/pdf/viafini.pdf">Aderisci alla raccolta firme: SCARICA IL DOCUMENTO</a></strong>

Milano - La raccolta di firme lanciata dal Giornale per sollecitare le dimissioni del presidente della Camera Gianfranco Fini ha già raccolto le prime adesioni nell’ambito del centrodestra. Formali e sostanziali.

Le ha invocate il sottosegretario all’Attuazione del programma, Daniela Santanchè, commentando il comunicato dell’inquilino numero uno di Montecitorio. «Dichiarazioni ambigue, contraddittorie e inverosimili, con il vergognoso tentativo di scaricare le colpe di compagna e parenti», sottolinea aggiungendo che «a questo punto, le sue dimissioni non sono solo auspicabili, ma diventano indispensabili».

Firma convinto anche il deputato pidiellino Giorgio Stracquadanio. «Aderisco perché Fini ha brandito la clava della legalità contro Berlusconi sostenendo che non solo bisogna essere trasparenti, ma anche apparirlo». E se vale questo presupposto, aggiunge Stracquadanio, ciò significa che «o Fini sta mentendo oppure è talmente ingenuo e sprovveduto da non poter fare il presidente della Camera perché il signor Giancarlo Tulliani lo ha preso in giro». Insomma, conclude, «Scajola è stato costretto alle dimissioni perché la sua casa è stata pagata “a sua insaputa”, anche Tulliani è inquilino “all’insaputa” di Fini, quindi...»

Aderisce anche Francesco Storace, leader della Destra, il partito che ha presentato l’esposto sulla casa di Montecarlo. «Sostengo l’appello - dice - perché Fini non vuole solo “Farefuturo”, ma anche “fare fesso” il popolo italiano affermando che s’è accorto tardi che il “cognato” è l’inquilino dell’appartamento. Non sapeva, come Scajola...». Anche il deputato pidiellino Amedeo Laboccetta si è dichiarato in linea di principio favorevole all’iniziativa, «ma prima voglio concordare la mia presenza con il mio gruppo parlamentare».

Buona parte dei vertici e dei parlamentari del Pdl, invece, ritiene che le dimissioni di Fini dovrebbero scaturire spontaneamente: sia perché eletto da una maggioranza nella quale non si riconosce più sia perché è necessario tutelare il ruolo istituzionale della Presidenza della Camera. Anzi, tra le file del Pdl, si sta facendo largo la convinzione che prima o poi sarà la Presidenza della Repubblica a ritenere non più tollerabile la permanenza di Fini sullo scranno più alto di Montecitorio. «Lo stupore di Fini nell’apprendere che la casa era affittata al cognato è il medesimo che ha provato la stragrande maggioranza degli italiani che pensano», ha osservato il vicecapogruppo al Senato, Gaetano Quagliariello, mettendo l’accento sull’inconsistenza delle argomentazioni. Il ministro per l’Attuazione del programma, Gianfranco Rotondi, considera la questione Fini superata dai fatti: «La legislatura è ormai lesa e comunque la casa di Montecarlo è solo la punta dell’iceberg della gestione di un notevole patrimonio immobiliare».

Il sottosegretario ai Beni culturali, Francesco Giro, ha una posizione diversa: «La battaglia del Giornale è giusta, ma io penso che sia Fini stesso a dover prendere atto che la sua posizione è insostenibile». Più o meno le stesse parole usate qualche giorno fa dal ministro dell’Interno Maroni («Al posto di Gianfranco me ne sarei già andato»). All’opportunità politica si riferisce anche il tesoriere del gruppo Pdl alla Camera Massimo Corsaro. «Peggio el tacòn del buso (la toppa del buco; ndr), è chiaro che c’è molto da spiegare, ma sarebbe corretto che Fini valutasse la propria incompatibilità essendo stato eletto come rappresentante della maggioranza». Una decisione autonoma alla quale lo invita anche il senatore Antonino Caruso, componente del comitato dei garanti di Alleanza nazionale.