Per la raccolta dei rifiuti il Comune ingaggia i rom

An polemica: «Allora meglio utilizzare i nostri disoccupati»

Jacopo Granzotto

Ha i vaghi contorni dell’utopia il progetto studiato dal Comune di Roma che prevede l’inserimento di un gruppetto di «fortunati» rom nel mondo del lavoro, impegnandoli in attività di pubblica utilità. Otto capifamiglia di non specificata nazionalità saranno infatti protagonisti del progetto «Roma pulita» presentato ieri in Campidoglio. Il loro compito? Curare la raccolta di rifiuti ingombranti e ferrosi in IV, V, VII e XII Municipio. Per il progetto, in sinergia tra Ama e vari assessorati del comune e della Provincia, sono stati investiti 115 mila euro, finanziamento annuale sostenuto da Ama per il 45% e dagli assessorati per la restante parte. Naturale che un progetto di tal fatta scateni reazioni per lo più di sconcerto, almeno nell’opposizione. Sergio Marchi, capogruppo di An in Campidoglio non avrebbe «niente in contrario su una politica di integrazione dei rom», se non fosse che «la priorità dovrebbe essere la formazione e l’inserimento lavorativo dei «rom-ani». «La domanda che ci viene naturale - ha continuato Marchi - è sapere se la raccolta dei rifiuti ingombranti partirà dagli stessi campi nomadi, centri di delinquenza e di degrado ambientale.
E per la serie: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, il vicepresidente del consiglio comunale Fabio Sabbatani Schiuma di An propone di istituire un osservatorio «per verificare risultati e partecipazione attiva dei rom». «È infatti paradossale - dichiara - che tale operazione sia rivolta a coloro che da sempre producono nei loro insediamenti enormi cumuli di immondizia, la cui rimozione costa ai romani milioni di euro l’anno. È bene considerare e far fruttare al meglio gli ingenti costi del progetto». «Per questo - conclude Schiuma - è necessario prevedere un organismo di controllo sui risultati per evitare l’ennesimo fallimento di recupero dei rom».

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