«RACCONTAMI», LA SEMPLICITÀ DEL PASSATO

C’è una frase-chiave che descrive meglio di ogni altra la filosofia che sta alla base della nuova fiction in tredici puntate Raccontami (domenica e lunedì su Raiuno, ore 21), e viene detta dalla voce fuori campo attraverso cui seguiamo le vicissitudini della famiglia Ferrucci a cavallo dei primi anni 60, in coincidenza con il diffondersi della televisione nelle case degli italiani: «Oggi tutti hanno paura del futuro, ma nel '60 eravamo tutti sicuri che il futuro sarebbe stato bellissimo». Scritta da Gloria Malatesta e Claudia Sbarigia sotto la supervisione dello story editor Stefano Rulli (che firmò con Sandro Petraglia La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana), Raccontami è un adattamento italiano del format spagnolo Cuentame e vuole essere un affresco semplice ma non privo di affetto sincero verso l'epoca del boom economico, ricca di speranze e di ideali ingenui ma genuini. Nello stesso tempo, Raccontami finisce per rivelarsi anche un inevitabile omaggio alla rimpianta «tivù di una volta», che fa da filo conduttore allo sviluppo delle vicende di una famiglia piccolo borghese (Massimo Ghini il padre, Lunetta Savino la madre, i tre figli Carletto, Andrea e Titti, Mariolina De Fano la nonna Innocenza, Giorgia Cardaci la zia Anna) che si indebita per comprare il primo «20 pollici» attorno al quale riunirsi per assistere ai primi grandi fenomeni di aggregazione collettiva indotti dalla tivù: Lascia o raddoppia, il Festival di Sanremo, il tenente Sheridan. L'effetto nostalgia è ben cavalcato, attraverso una ricostruzione d'ambiente che non mancherà di scatenare nei più pignoli la consueta «caccia al particolare sbagliato», ma che riesce a trasmettere l'effetto desiderato: quello di un'atmosfera impregnata di piccole fatiche quotidiane destinate a capitolare sotto l'ottimismo della volontà e della fiduciosa attesa di un domani migliore. Proprio nella capacità di trascinare lo spettatore nel clima ovattato di speranza e di semplicità sta il pregio migliore di Raccontami, cui non bisogna chiedere di darci più di quanto può e vuole, all'insegna di un tuffo nel passato osservato con compiaciuta e a tratti ostentata tenerezza, senza troppi chiaroscuri come è consuetudine di tanta fiction italiana, ma con la compensazione - in questo caso specifico - di una certa grazia nel raccontare i fatti della vita quotidiana scanditi dai piccoli gesti che non mancheranno di calamitare l'attenzione dei meno giovani: le telefonate condivise in duplex, le prime feste con il mangianastri, le prime gite a bordo della 500. Gli interpreti si calano con diligente candore nell'atmosfera sognante, Massimo Ghini in testa, dandoci la senzazione di appartenere a un'epoca lontana dalla nostra assai più di mezzo secolo.