Raccontare storie e mettere in piazza le (belle) idee

Niente salotti, nessuna accademia, fuori dai circoli, ma nelle piazze, dove gli individui si incontrano e si guardano negli occhi. Quest'oggi celebriamo un festival. Non un libro. Uno dei pochi che parlano liberale. E il suo ideatore: Vittorio Macioce. C'è una valle, a metà strada tra Roma e Napoli, nel versante laziale del parco nazionale d'Abruzzo, sotto Montecassino, dove si raccontano storie di libertà.

È appunto il Festival delle Storie, settima edizione, in valle di Comino. Qui accadono cose strane, come ascoltare Dario Antiseri che parla davanti a centinaia di persone di Popper, Gadamer, von Hayek o Croce, di società aperta e dei suoi nemici. L'effetto è spiazzante e genera sorpresa. Possibile? Si può incantare un paese, uno di quelli che stanno sull'Appennino, mettendo in piazza la nostra poesia? A quanto pare sì. Ci vuole la capacità di vedere gli spazi che sembrano invisibili, senza lasciarsi fregare dai luoghi comuni. Bisogna scantonare, muoversi di lato e pensare che per fare cultura bisogna sporcarsi le mani nella terra, dissodare il terreno, arare, seminare e scommettere sul raccolto come fa un contadino. Spostarsi, in questa valle, di paese in paese, per due settimane, dal 25 agosto al 4 settembre, come un circo di narratori, cantastorie, scrittori, filosofi, giornalisti, imprenditori, uomini di arte, di cinema, di teatro, di commercio e di mestieri. Senza copiare la televisione, senza preoccuparsi di assecondare la media, senza semplificare, senza scartare i divergenti e senza rispettare i canoni. Solo raccontando storie.

Il Festival delle Storie diventa così un caso nazionale, che acquista fama grazie al passaparola, come una leggenda che viene narrata passando di bocca in bocca, come qualcosa di magico e speciale che vale la pena di vedere, perché non è facile da spiegare con i manuali del marketing. Ci vai e ti ci perdi. È l'idea che forse non è facile cambiare il mondo, ma se ti prendi cura del tuo giardino qualcosa accade. È un invito a tutti i liberali: lasciate i palazzi e tornate a casa, nell'agorà. E mettete in piazza, sul mercato, le vostre idee. Quelle buone magari avranno un futuro. E se giornaloni e opinionisti accreditati non ne parlano, meglio.