Il racconto del gregario fra storia e nostalgia

Lo cerchi nella sua casa di Novi, che ormai in bicicletta non esce quasi più. Suona strano, detto da Ettore Milano, il mitico gregario di Fausto Coppi. Ottantatrè anni ben portati, ma la bici resta in cantina.
Disincanto? Forse solo sano realismo: «Non c'è più nessuno che va in bicicletta. Il nostro mestiere di ciclisti lo abbiamo fatto in tempi in cui le due ruote rappresentavano un valore. Altra visione della vita oggi: questi giovinotti vogliono i risultati senza faticare».
Accidenti, ne vieni dalla storia, ne incontri un pezzo, e cosa trovi? Una nostalgia dannata. Lo pungoli su ieri e lui ti viene dietro modesto: «Ho smesso di correre a 32 anni per dare retta a Coppi e fare il direttore sportivo della Carpano».
Poi la virata: «Il ciclismo allora era in prima pagina. Per noi avere una bicicletta significava tutto. Non è possibile fare paragoni. Adesso ci sono molte più gare di prima; noi invece ce le inventavamo».
Ti dice che tutto era allenamento; tra il 45-46 solo nella provincia di Alessandria si contavano 65 dilettanti. «Nel '49 sono passato professionista». Coppi? «Era un grande amico, così come lo era Bartali; e anche tra i due c'erano buoni rapporti. Gino aveva 38 battiti cardiaci, Fausto 40, ma una maggiore capacità polmonare».
Altri tempi, altre prove: «Coppi ha passato il record dell'ora con la maglia di lana a cinque tasche. Lui era un buono, con noi gregari non ha mai esagerato e la sera prima non parlava mai della gara».
Pastiglie? «Simpamina, ma se eri un brocco non correvi neanche con quella». Milano negli stessi anni in gara anche con Malabrocca: «Bisognava essere davvero scaltri per arrivare ultimi. Lui abitava a Garlasco, andavamo a caccia insieme, ma preferiva pescare». Poi direttore sportivo di Tricofilina e Zonc: «Come direttore ho vinto tutto».
Si ferma. Nel salotto foto, attestati, premi. Faldoni impilati, una vita intera costellata di gare.
Fa male al cuore archiviare: «ho mollato tutto, non vado più neanche in bicicletta, le strade sono pericolose, è finito l'entusiasmo».
Un guizzo quando gli chiedi del miracolo ciclistico di queste terre: «È una zona pianeggiante, si presta alla corsa e rappresenta un allenamento ottimale».
Basta, non ne ha più voglia, non conta giovani su cui puntare l'occhio. «Bah» Scuote la testa e ti congeda.
Il colpo di garretti è rimasto là, sul Turchino, dove si fermava la sua Milano-Sanremo. Voglia di vincere e gusto sudato un chilometro via l'altro a fare la storia del ciclismo.