Il racconto impossibile di Bino Duzzati

Il giornalista Bino Duzzati uscì di casa molto presto. Alle sette e trenta, senza neppure aver salutato la moglie Maria e la gatta Mosca, che dormivano nel lettone, era già in strada. Prese un caffè (il primo dei cinque che costituivano la sua razione quotidiana) al bar dell’angolo e poi si mise ad attendere il tram alla fermata lì vicino.
Bino Duzzati aveva un problema. Non un problema di salute (pensando a questo, toccò ferro...), né un problema sentimentale (con Maria era tutto a posto, si amavano come il primo giorno), né un problema economico (lo stipendio era buono, tanto buono che avevano in programma di acquistare una casetta sulla Riviera ligure). Quello di Bino Duzzati era un problema di lavoro. Il caporedattore, il burbero Maltosti, gran macinatore di titoli e di pagine, gli aveva affidato un impegnativo incarico. «Duzzati - gli aveva ingiunto tre giorni prima, incrociandolo nel corridoio che conduceva all’ufficio del direttore - fra meno di un mese fanno cent’anni dalla nascita di B... Lei di B... ha letto molto, lo conosce bene. Voglio che mi faccia, entro... diciamo una settimana, qualcosa di speciale per ricordarlo. Niente interviste a moglie e parenti vari. Niente ricordi piagnucolosi di amici e colleghi. Niente reportage sui luoghi della sua infanzia e altre banalità del genere. Lei mi deve fare (e quel “deve” venne sottolineato da un deciso colpo con l’indice destro sulla spalla sinistra di Duzzati) una roba con il botto... Una roba da prima pagina. Mi sono spiegato?».
Duzzati «la prima» non l’aveva mai vista. Lui era un semplice redattore delle pagine culturali. Faceva recensioni, teneva una rubrica settimanale di curiosità per bibliofili, titolava i pezzi degli altri... E adesso Maltosti se ne usciva con quella richiesta che suonava come una minaccia. Una minaccia, sì, perché, Duzzati lo sapeva, se avesse fallito, se non fosse riuscito ad accontentarlo, il direttore (Maltosti era l’uomo di fiducia del direttore) avrebbe incominciato a guardarlo di traverso, anzi, lo avrebbe preso di mira e, chissà, addirittura destinato ad altro incarico.
Il tram arrivò. E Duzzati vi salì con quel pensiero fisso: come fare «una roba con il botto» sul centenario di B... Venti minuti dopo, alle otto e cinque, era seduto alla sua scrivania in redazione.

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«Dottore, che è successo? Come mai a quest’ora?».
La donna delle pulizie era entrata canticchiando, con il carico di scope e stracci, nella redazione cultura, e vedendo Duzzati s’era quasi spaventata.
«Alle otto di mattina già qui? Si sente male, dottore?».
«No, non mi sento male, signora. È solo che devo fare un lavoro un po’... un po’ impegnativo», aveva risposto Duzzati, facendole capire di dedicarsi alle scrivanie dei colleghi, lasciando stare la sua.
«Va be’. Buona giornata dottore», disse il donnone dopo una sommaria spolverata ai tavoli di Mattolini, Mascoli e Caroffi, e se ne andò.
Duzzati in pochi minuti sfogliò i giornali. Nulla di rilevante e, soprattutto, nessuna notizia che non fosse riportata anche dal suo. Tutto tranquillo, dunque. Ma quel pensiero gli saltava di qua e di là nella testa. «Una roba con il botto sul centenario di B... Ma su B..., ormai, è stato scritto tutto. Che cosa posso tirar fuori, di veramente originale?», si tormentava.
La giornata scivolò via liscia come l’olio. Alle 21, dopo aver rifiutato un invito a cena da parte del dirimpettaio di scrivania Mascoli, un marchigiano che se la cavava piuttosto bene tra i fornelli, Duzzati stava raccogliendo alcune carte e un paio di romanzi da leggiucchiare dopo cena, con la Mosca sulle ginocchia, quando squillò il suo telefono.
«Dimmi, che c’è?», rispose meccanicamente, certo che fosse il proto, per segnalare qualche problema in tipografia.
«Pronto, è il dottor Duzzati?», una vocina tremolante, da bambino, o forse da vecchio.
«Sono io. Dica».
«Domani, alle 10, al bar Lino. Lei lo conosce bene».
«Ma chi è? Pronto, pronto, chi parla?».
Chiunque fosse, bimbo o vecchietto, aveva riattaccato.

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Certo che lo conosceva bene, il bar Lino. Era il «suo» bar di quand’era ragazzo, dall’altra parte della città. Il bar delle partite a boccette, della schedina giocata il sabato sera con gli amici, della Lucia, la sua prima ragazza, cassiera gentile e carina con un solo difetto: essere figlia proprio di Lino...
Al bar Lino, erano rimaste soltanto due cose, dei vecchi tempi: l’insegna e Giovanni. Ma si vedeva che avevano entrambi vent’anni di più. Sull’insegna le enormi lettere, allora d’un bel rosso e nero alternati (lì per entrare dovevi essere milanista), erano grigie. E Giovanni non stava alla sua solita postazione al flipper, dove vent’anni prima passava giornate intere (anche perché il flipper era sparito). Era seduto in un angolo, con un bicchiere di rosso davanti, e lo sguardo spento.
Duzzati stava per fermarsi a salutarlo come si deve salutare un vecchio amico di gioventù. Ma... quel cane lupo sdraiato sotto il tavolino... e quello strano guinzaglio con la croce rossa... e lo sguardo spento di Giò... Duzzati capì: Giò aveva un problema immensamente più grande del suo.
«Signore, desidera?».
Un barista dal sorriso falso aveva notato la faccia nuova di Duzzati.
«Un ristretto, grazie», rispose Duzzati.

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«Dottor Duzzati?». La vocina del telefono questa volta proveniva da dietro una colonna del bar. Una vocina tremolante. Poteva essere quella di un bimbo o quella di un vecchietto.
Era quella di un vecchietto.

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Probabilmente l’istinto del cronista non esiste. Probabilmente si tratta soltanto di stare a vedere e ad ascoltare ciò che succede. Probabilmente a tutti, prima o poi, capita un colpo di fortuna o, per dirla con Maltosti, «una roba con il botto». Probabilmente Bino Duzzati si era meritato, senza saperlo, un regalo. Sta di fatto che il giorno dopo il suo giornale apriva con il seguente titolo, sovrastato dalla scritta a caratteri cubitali ESCLUSIVO:
«Lo scrittore B... è vivo!!!».
Catenaccio in corpo 60: «Fra meno di un mese compirà 100 anni. Un nostro giornalista lo ha intervistato».
Occhiello: «A ben 34 anni dalla presunta morte, il grande autore gode di buona salute ed è ospite di una casa di riposo milanese».
Tutta la prima pagina era occupata dall’intervista.

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«Io dico, ma come si fa? Cento occhi... dico, cento occhi, come minimo, controllano queste pagine di m.... e poi che cosa mi combinate? Mi rovinate il pezzo più importante della storia di tutto questo giornale di m.... Riuscite, dico riuscite perché mi viene da pensare che qualcuno l’abbia fatto apposta, a farmi fare una figura di m.... davanti al mondo intero. Abbiamo l’intervista a B..., non so se mi spiego, l’intervista a uno che tutto il mondo, e dico il mondo, crede morto da 34 anni... e come esce il pezzo in questo giornale, lo ripeto, sì, di m....? Esce con la firma sbagliata. Esce con la firma sbagliata, pezzi di m.... che non siete altro tutti quanti. E pezzo di m.... anch’io che non vi faccio licenziare tutti».
C’era da capirlo, povero Maltosti. Il direttore lo aveva tirato giù dal letto alle 6,15 per rivoltarlo come un calzino.
E lui adesso rivoltava come un calzino tutti quanti, redattori, correttori, tipografi, fattorini, segretarie, riuniti in assemblea nel salone degli Interni.
C’era da capirlo, povero Maltosti. Possibile che nessuno si fosse accorto di quell’errore madornale, la notte prima, passandosi di mano in mano, nell’euforia dello scoop, la bozza della prima pagina?
Impossibile, infatti. Uno se n’era accorto. Era Bino Duzzati. Ed era al settimo cielo. Per un giorno, per poche ore, per un solo minuto, era diventato (grazie al solito diavoletto della tipografia) Dino Buzzati.