«Racconto l’America violenta e individualista perché io ho vissuto il West sulla mia pelle»

Percival Everett, classe 1956, ha fatto l’addestratore di cavalli per tre anni in una riserva di indiani Arapaho del Wyoming - presenza insolita, essendo lui un nero afroamericano - e per altri quattordici in un ranch della California. I cavallerizzi William Faulkner e Paul Morand avrebbero considerato tutto ciò come un ottimo apprendistato al mestiere di scrittore e, di fatto, Everett nel frattempo scriveva e oggi è diventato uno dei più quotati autori statunitensi. Non solo: a detta dei critici è forse il più sperimentale di tutti, il più intriso di cultura europea (tanto da saper polemizzare intorno a Wittgenstein e Lacan). Everett ha pubblicato quasi una trentina di libri, tra poesia e narrativa, ma è con Ferito (edito da Nutrimenti, che ha in catalogo anche Glifo, La cura dell’acqua e Deserto americano) che è arrivato al grande pubblico. Lo stesso romanzo che in questi giorni è in finale per il Premio Vallombrosa-Gregor von Rezzori, di cui questa sera a Firenze si terrà la premiazione. In attesa, forse, della vittoria, abbiamo incontrato l’autore.
Mr. Everett, Ferito parte da un crimine realmente accaduto: un giovane gay trovato legato come un alce e con la gola tagliata, nel Wyoming, nel 1998.
«La storia degli Usa è violenta, da sempre. La conquista dell’Ovest, dove vivo, è costellata di contraddizioni: un territorio così difficile, caldissimo d’estate e freddissimo d’inverno, promuove l’individualismo più esasperato e allo stesso tempo induce, per sopravvivere, alla collaborazione con i propri vicini. Alcuni hanno letto questo libro come una riflessione metaforica sulla diversità, partendo dal fatto che sono di colore, ma in realtà non voglio dare messaggi politici. L’episodio mi ha colpito perché fa parte della condizione umana, non per la sua carica sociale».
Però, da Ted Street in Deserto americano, fino a John Hunt di Ferito, i suoi personaggi hanno un peso politico.
«La verità è che è inevitabile essere politici, ma proprio per questo non bisogna sventolare bandiere in strada. Non è certo la politica il cuore della scrittura. John Hunt, per esempio, mi è simile in modo preoccupante, ma non è un’estensione autobiografica o engagé di me stesso. Direi che è stato piacevole, per una volta, non dover fare mille ore di ricerca e pensiero per creare un personaggio».
Da amante della natura, che pensa dello tsunami di petrolio che sta lambendo l’America?
«Che si è dato troppo presto la colpa alla British Petroleum. Per quanto la BP possa essere cattiva, non ho sentito nessuno mettere sotto accusa l’avidità organica all’intero settore delle energie. L’amministrazione Bush aveva cercato di fare qualcosa per rimediare a questo, ma non c’è riuscita».
Obama ci riuscirà?
«Obama è forse ancora più conservatore di Bush, anche se non sembra. È stato eletto perché non c’erano candidati migliori, ecco tutto. La sua riforma sanitaria “per tutti” è più un cambio di atteggiamento che di fatti. Però vorrei notare, anche se non sono un fan delle questioni razziali, difficilmente il Vecchio mondo avrebbe eletto presidente un nero».
Non è la prima volta che si arrabbia col Vecchio mondo...
«È facile ridicolizzare le cose che amiamo. Le confesso, invece, che mi piace molto il pensiero degli europei. Mi piacciono meno certi modi criptici adottati per esprimerlo. E io, a volte, reagisco polemizzando».
Come ha fatto con gli editor delle case editrici...
«Sì, a proposito del titolo Making Jesus per un mio romanzo, poi è diventato Deserto americano. Chi l'ha letto capirà. Gli editor livellano e standardizzano tutto, inesorabilmente, perché pensano solo al lato commerciale di un libro, e così restringono colpevolmente i confini della narrativa. Quando posso, pubblico con case editrici piccole e più libere, come Graywolf. Darò a loro il mio ultimo libro, un giallo che si intitola Un presupposto, mentre a settembre, da voi, uscirà Non sono Sidney Poitier per Nutrimenti».