«Racconto l’orrore nascosto nella bellezza»

Rizzo: «Il mio personaggio ha un’ironia disperata»

Stenio Solinas

nostro inviato a Cannes

C'è una bruttezza fisica e psicologica, un combinato disposto di miserie estetiche e miserie morali, deformità e abiezione, disarmonia e vizio che rientra nella categoria dello squallore e per la quale apparentemente non c'è riscatto né sorpresa. L'apparire equivale all'essere, uno giustifica e spiega l'altro e, insomma, tertium non datur. Messo a confronto con la bellezza, lo squallore la fa risaltare ancora di più, ma ingannevolmente la carica di un'etica che essa di per sé non possiede. Il bello non è necessariamente buono, e spesso è umanamente più squallido della controparte che lo illumina. Alla bellezza diamo un credito immeritato e non vogliamo e/o non possiamo accettare l'idea che possa essere altrettanto ripugnante, altrettanto squallida.
L'amico di famiglia di Paolo Sorrentino, un film magistrale per come è costruito e per come è interpretato, racconta proprio questo: l'incontro-scontro di due estremi in cui alla fine nessuno vince e tutti escono sconfitti. C'è chi perde i soldi, chi le illusioni, chi le speranze e chi, più semplicemente, perde se stesso nel momento in cui si riconosce per quello che è, pura apparenza, nessuna sostanza.
«Ho messo al centro del mio film un usurario, ovvero la quintessenza dell'orrore» dice Paolo Sorrentino, «e ho provato a mettermi dalla parte del mostro, a far risaltare la bellezza che può albergarvi dentro. Perché lì, comunque, c'è un contenuto, un'impotenza e una tenerezza di fondo, che stride di fronte alla falsa moralità dei buoni sentimenti. Fingiamo di essere buoni, facciamo di tutto per renderci simpatici, ci industriamo per farci passare per ciò che non siamo».
Trentasei anni, rivelazione due anni fa a Cannes con Le conseguenze dell'amore, premiato poi in Italia con quattro Nastri d'argento e cinque David di Donatello, Sorrentino fa un cinema visionario su uno sfondo classico. «Non mi piace il cinema ultrarealista, preferisco l'accumulo, il grottesco, il barocco. A ciò si aggiunge un aspetto stilistico. Per dirla con Carmelo Bene, “l'immagine è volgare”. E quindi l'unico modo per riscattarla è l'eccesso oppure la sottrazione. Gli interni della casa di Geremia l'usurario, per esempio, sono sempre pieni di oggetti, di cose, laddove gli esterni, l'Agro pontino, Sabaudia, sono svuotati persino delle automobili... Io parto dal realismo per tradirlo nella messinscena più inverosimile».
L'usuraio cinematografico è Giacomo Rizzo, al momento la migliore interpretazione vista sulla scena di Cannes. Cantante, comico, attore di sceneggiate e di teatro, Rizzo è uno di quei volti anomali, estremi di cui il nostro cinema contemporaneo è carente. «Ho cercato di dare a questa figura un'ironia disperata che in qualche modo compensasse il sentimento di odio e di repulsione che provoca. Geremia è uno che fin dall'infanzia è stato respinto dalla vita, messo ai margini, e sui margini a poco a poco ha costruito il suo potere. Quando cerca, per un'unica volta, di recitare da protagonista, provoca la sua rovina».
La «rovina» di Geremia è Rosalba, ovvero Laura Chiatti. Nel film ha questa bellezza da angelo ribelle per la quale ci si può solo perdere, non c'è redenzione ma soltanto dannazione. Non sapendo fare nulla («so ballare» risponde al padre che le rinfaccia la sua nullità, e in quella risposta c'è lo squallore della postmoderna civiltà dell'immagine), è pronta a tutto. «La bellezza uccide chi la possiede, è illusoria» dice. Ha 23 anni, è alla sua prima esperienza in un ruolo drammatico, farà strada.
Splendidamente fotografato da Luca Bigazzi, immerso nell'architettura razionalista di Sabaudia e nella natura palustre dell'Agro pontino, L'amico di famiglia accumula nel finale un crescendo di colpi di scena di smagliante ricchezza, ma è l'insieme, disperato e amaro, ironico e poetico, lunare e surreale a farne un grande film e del suo autore una certezza. L'unico difetto è in qualche smagliatura logica, spiegata con la volontà di fare un'opera aperta, dove sta all'immaginazione dello spettatore riempire i vuoti, mentre, più pianamente, c'è forse un montaggio frettoloso. È un tipo di critica che al regista, nemico della «semplicità della trama», non piace, e sotto questo aspetto Sorrentino non è un mostro di simpatia. Alla luce del film potrebbe anche essere un pregio. Purché non se ne abusi.