Il racconto del macedone-eroe: «Così ho slegato quel poliziotto»

da Alessandria

Occhi azzurri, capelli chiari pettinati alla moda, il cappuccio della felpa scura con la scritta «Italia» sulla testa. Non vuole farsi riprendere da cameramen e fotografi S.T., il macedone ventitreenne che martedì pomeriggio era sul pullman dell’Arfea dirottato da tre albanesi e ha liberato uno dei due poliziotti che si trovavano a bordo.
Roberto Curelli, il collega di Egidio Valentino, l’assistente che al casello di Al sud ha tentato di disarmare il capo che minacciava l’autista, è ricoverato al Dea di Alessandria, ha ricordi confusi di quelle ore in balìa della follia ma deve molto a quell’amico che neanche conosce.
«Con forza ­ ha raccontato il giovane - ho strappato il nastro adesivo che mi bloccava le mani e sono corso verso il poliziotto. Ho tagliato i legacci che gli stringevano i polsi, permettendogli di mettere in salvo i passeggeri rimasti sul bus che stava prendendo fuoco. Siamo quindi scappati, appena l’autista ha aperto le portiere».
Sul labbro e la parte superiore dell’occhio un ematoma vistoso, provocato dal colpo violento dato da uno dei tre sequestratori con il calcio della pistola. Il macedone era salito a Cassine, alla fermata davanti al distributore. «Ho visto quelle tre persone sedute in fondo e mi sembravano tranquille». Pochi minuti dopo è scoppiato l’inferno. «Avevano una pistola, due coltelli e due molotov. C’era grande confusione. Hanno costretto l’autista a invertire la marcia e continuavano a dargli ordini. Dopo molti chilometri, dopo aver fatto anche 50 euro di benzina in un distributore in autostrada, siamo finiti fuori strada, contro la sbarra. Ho avuto un po’ di paura, ma sapevo di dovere fare qualcosa». Ingegnere autostradale, da qualche mese in Italia, il giovane vive a Cassine a casa di connazionali. Martedì intorno alle 14 è salito sul pullman per raggiungere Acqui, dove lo aspettava un amico per un lavoro. Uno dei tanti, saltuari e irregolari, dal taglialegna al giardiniere, al cameriere. Invece è successo qualcosa di imprevedibile.
«Non riprendete la mia faccia ­ ha ripetuto più volte ­ non voglio creare problemi alla mia famiglia». E la preoccupazione è per possibili ritorsioni da parte albanese. È stanco, lo stupisce la pressione dei giornalisti, che guarda con aria spaesata. Parla poco italiano, fa fatica a farsi capire e a capire, ma aiutandosi con i gesti riesce a descrivere quelle ore sul pullman della paura. Fuori dalla stanza del Comune a Cassine ci sono gli agenti che lo attendono per portarlo a Novara, dove gli inquirenti devono ascoltarlo. Per il suo gesto di eroismo, riceverà un permesso di sei mesi per motivi di giustizia. «Lui, straniero clandestino ha liberato il poliziotto. L’albanese, da anni nel nostro Paese, lavoratore in regola con i documenti, con altri due ha messo a repentaglio la vita di diverse persone», commenta qualcuno fuori da quella porta.