«Racconto il Nord-Est tra malavita e ricerca di riscatto»

Il protagonista: «Mi piacciono le scene d’azione, ho un passato nella Celere...»

Michele Anselmi

da Roma

Più che una rapina sembra un'operazione militare. Fucili di precisione dotati di cannocchiali a raggi infrarossi, una gragnuola di pallottole sulle tre guardie giurate che hanno appena prelevato i due sacchi con l'incasso dell'ipermercato. Ed è solo l'inizio. Perché poco dopo, dentro un casolare abbandonato, scoppia una resa dei conti degna di Scarface: i cinque banditi, due croati e tre spagnoli, si sparano addosso come forsennati, nessuno resta in piedi alla fine della mattanza, l'unico a salvarsi è Giorgio Pellegrini. Un italiano trentottenne che sta provando a rifarsi una vita in modi poco ortodossi. L'anima del colpo. Il protagonista di Arrivederci amore, ciao.
Si gira a Latina - una Latina «travestita» da Rovigo e dintorni - il nuovo film di Michele Soavi, tratto dall'omonimo romanzo di Massimo Carlotto. Il titolo viene dalla canzone di Caterina Caselli, che fa un po' da nostalgico leit-motiv a questa storia cupa e atroce, di redenzione impossibile, che il regista di DellaMorte DellAmore (ma anche del televisivo Ultimo) ha cucito addosso a un cast di prima grandezza: Alessio Boni, Michele Placido, Carlo Cecchi, Isabella Ferrari. Prodotto da Urania Film, Mikado e Raicinema, Arrivederci amore, ciao è alla terza settimana di riprese, ne mancano altre sette, tra Cinecittà, Milano, Parigi e una puntata in Colombia. È un Nord Est senza speranza, dove si mischiano echi del terrorismo rosso e affari di Tangentopoli, locali a luci rosse e boom economico, quello nel quale sguazza Giorgio. Una specie di antieroe sensuale e carogna: in cerca di riabilitazione dopo due anni di carcere e una vita allo sbando (scappò dall'Italia e diventò guerrigliero in Nicaragua), si ritroverà a commettere i peggiori misfatti, fino all'ultimo, più ineluttabile, ai danni della ragazza che finge di amare per dimostrare ai giudici la sua «buona condotta».
Nei panni di Giorgio c'è l'attore più gettonato del momento: Alessio Boni, da Sarnico (Lago d'Iseo), 39 anni, un viso da angelo caduto e un corpo da bronzo di Riace. Dopo La meglio gioventù (era il fratello suicida), Boni è passato da un set all'altro: Cime tempestose e La caccia per la tv, Non aver paura di Longoni, Quando sei nato non puoi più nasconderti di Giordana e La bestia nel cuore della Comencini per il cinema. A settembre l'aspetta il nuovo film di Roberto Andò, Ricostruzioni, dove sarà uno psichiatra infantile. Ma intanto si diverte a sparare e ricattare, nel tentativo di sottrarsi alla tutela poco istituzionale di un corrotto dirigente della Digos con la grintaccia di Placido.
«Mi piacciono da matti le scene d'azione», confessa. «Sarà perché da giovane ho fatto il poliziotto, nel III reparto della Celere. La pistola Beretta la conosco a memoria, so smontarla e rimontarla. E ricordo bene la tensione che precede le cariche. Ne ho prese e ne ho date, di botte». L'ex piastrellista convertitosi alla recitazione (si diplomò all'Accademia d'arte drammatica Silvio D'Amico) non si sente tipo da star-system, eppure gli arrivano quindici copioni al mese, tutti lo vogliono, al pari di Stefano Accorsi e Luigi Lo Cascio. Certo ne ha fatta di strada da quando, nei panni di Marco Oberon, conquistò il pubblico femminile con Incantesimo. «Guai a chi me lo tocca!», insorge. «Uscivo da un fermo di undici mesi, così accettai subito l'offerta, ma con l'ambizione di costruire qualcosa di buono attorno a quel personaggio da soap opera».
In bilico artisticamente tra Amleto e Al Pacino, l'attore scherza sul fisicaccio virile e asciutto che volentieri sfodera sullo schermo. «Non vado in palestra, non faccio pesi. Mangio e bevo. Questi muscoli mi sono venuti da ragazzo, quando portavo i sacchi di cemento per mio padre». Sarà. E se gli si ricorda che le donne hanno un debole per lui, risponde: «Bah, me lo dite voi giornalisti». Bugiardo.
Sul suo sito, a mo' di esergo, una scritta recita: «Un attore ha il dovere di afferrare il pieno significato della vita, ha il compito di interpretarla, e se riesce a rivelarla sarà la sua consacrazione». Firmato Alessio Boni. Lo stesso che, parlando della piega fortunata presa dalla sua carriera, cita il Mahabarata di Peter Brook, laddove il Santone raccomanda: «Preparatevi a scoccare la lancia, mirate all'occhio del falco». Insomma, all'obbiettivo vero, non al piumaggio o al ramoscello. Ma poi spiega che gli piace «spalettare»: tradotto, significa infischiarsene delle gerarchie e dei registi titolati, «per il piacere di sperimentare nuovi orizzonti». Il gioco ogni tanto comporta qualche delusione, come nel caso di Non aver paura, accanto a Laura Morante: sulla carta una storia perfetta, sullo schermo un mezzo disastro. «Lo so», ammette.
Del Giorgio di Arrivederci amore, ciao dice: «Sì, c'è qualcosa di Raskolnikov in lui. Come il personaggio di Dostoevskij vive una dicotomia spaventosa, con la differenza che il russo si punisce, cerca davvero la redenzione e per questo accetta sette anni di lavori forzati, mentre l'italiano tenta e non ce la fa. Invece della libertà dalla colpa troverà la morte interiore». Ruolo complesso, tutto giocato sul filo del rasoio: «Ci vuole poco a scadere nel trash di genere o nel patetismo assolutorio. Giorgio ha carisma, possiede un suo savoir faire. Non è solo un uomo schizzato e senza scrupoli, è spiazzato dagli eventi, è un mix di furbizia e bambineria, forse un adolescente mai cresciuto». E lei, Boni, come si definirebbe? Ci pensa un po', poi, celiando sulla faccenda del sex-symbol, azzarda: «Dal collo in su Jude Law; dal collo in giù Harvey Keitel». Mica male.