Il racconto ritrovato

Ma che cosa succede in montagna? Si può sapere perché da oltre un anno a questa parte non tengono più in ordine le piste?
Io non so: una volta erano belle, levigate, morbide, accoglienti, con quel polverino sopra che «teneva» anche sul ripido. E venire giù era un piacere, oltre che la cosa più semplice di questo mondo. Adesso invece! \
Mi par già di sentire il solito coro di obiezioni maligne: ma va là, altro che gobbe, altro che piste strette e lastre di ghiaccio – mi dicono –, abbi invece il coraggio di ammettere che tutto dipende da te, i muscoli e il fiato non sono più quelli di una volta, l’elasticità a poco a poco va a farsi benedire, insomma gli anni sono anni e non zuccherini. Un vecchietto sei, oramai, caro il mio bel fusto, ed è ridicolo inventare tutti quei pretesti che non esistono, la faccenda è semplice: ogni giorno che passa, inevitabilmente tu fai un passo indietro, piccolo può darsi, piccolissimo, ma sempre all’indietro.
E invece io rispondo: non è vero niente, quello che dite sarà giusto per la generalità degli sciatori anziani, non per me che sono una eccezione. Anzi: io adesso vado in sci molto meglio di tre o quattro anni fa, lo stile è migliorato decisamente e, in proporzione, anche la sicurezza. Diciamo la verità: non ho sciato mai bene come adesso, tanto è vero che lo stesso Franco Mandelli, severissimo censore, me lo conferma giornalmente (riconosco che è mio intimo amico ma è anche incapace di ingannarmi).
Devo tuttavia ammettere che, se io adesso vado meglio, gli altri intorno a me vanno meglissimo. Solo una decina d’anni fa – e sì che a quei tempi la mia posizione era alquanto deficitaria –, io facevo in genere un’ottima figura, non dico che le folle si fermassero estasiate a contemplarmi ma sul Sises, sul Canin, sulla Mayerhofer qualche sguardo di rispetto invidioso me lo sentivo arrivare addosso. Oggi al contrario, non so come sia, tutti vanno meglio di me. Qualche ultima grama consolazione posso cavarmela solo la domenica quando irrompono sulle nevi gli ultimi aspiranti cannibali che a malapena sanno reggersi in piedi. Ma anche questi stanno diventando una rarità. Gli altri, tutti, mi passano al fianco come tortuose saette, caracollando a folate da una gobba all’altra, e già sono scomparsi laggiù in fondo.
E io fermo, ansimando, solo, perché anche i miei amici, tutti più giovani di me, mi hanno piantato e sono ormai in basso. Sì, il mio stile negli ultimi anni è progressivamente migliorato. Però dopo un paio di Plateau o di Banchette ne ho abbastanza e se il tempo è così, la scusa è buona per rimanere a letto, e alla sera i mirifici resoconti degli amici non mi fanno più nessun effetto.
Ma è poi vero che il mio stile è migliorato? È proprio escluso che io mi illuda? Per caso non dipende tutto dal fatto che le piste più rebarbative le pratico sempre meno e sulle altre si può fare il bullo a buon mercato? Con affettuosa quanto crudele schiettezza il vecchio amico Rolly Marchi l’altro giorno mi ha detto la verità (a me, che avevo la civetteria di prediligere i «muri» più scoscesi delle Alpi!): «Vedi, le piste che vanno per te sono Mietres, Corviglia, non so, magari anche il Bondone, se la neve è bella».
Fermo, e solo, in mezzo alla montagna che mi guarda e tace; e gli altri sono già spariti in fondo. Ahimè, anche per lo sciatore viene, presto o tardi, l’autunno. Ci se ne accorge all’improvviso, per la contemporanea rivelazione di tanti piccoli sintomi che prima non si erano notati o non si erano voluti notare. E da quel momento comincia la grande discesa. Di stagione in stagione, fatalmente, sempre meno velocità, sempre meno difficoltà, sempre meno fiato (magari per differenze inavvertibili, ma è inutile farsi illusioni, nessuno è riuscito a risalire mai la china degli anni); e quel che è peggio, sempre meno voglia.
Tutto sta nel saperla far bene, questa ultima, e speriamo lunga, grande discesa. (Si raccomanda soprattutto il contromovimento, secondo la scuola dell’Arlberg.) In un certo senso è la pista più difficile che esista. Anche dei grandissimi campioni non l’hanno saputa fare come si deve. Eppure, anche senza essere dei maestri, si possono fare delle bellissime ghirlande di virate, dei wedeln stupendi. Dipende dalla saggezza, dalla bontà, dalla rassegnazione, dall’humour, dal buon gusto. Soltanto così ci si può salvare.

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